
Da qualche settimana sto usando un tablet Android. E’ un bell’oggettino, maneggevole ed economico, ben fatto e concepito, lo metto nella tasca della giacca e quasi non mi accorgo di averlo appresso e ogni volta che posso lo accendo e lo uso per fare quello che tipicamente faccio con questi oggettini: leggere (80%) e cazzeggiare in vario modo (20%). Ho deciso di comprare Android, un mesetto fa, perché mi serviva qualcosa di più maneggevole del mio pur glorioso ipad 1, per il suo prezzo interessante e per pura curiosità. E’ il mio primo dispositivo android: ero curioso di provare un “ecosistema” diverso, che tanti dicono sia più “libero” e “aperto” e quindi mi faceva piacere testare questo senso di rinnovata “apertura” e “libertà”. Oggi, dopo un mesetto scarso di utilizzo, posso dirlo con una certa confidenza: non mi sento particolarmente più libero o aperto. Android mi piace, riesco ad usarlo senza problemi ma, mi pare che alla fine, i diversi ecosistemi finiscano, a parte qualche dettaglio che per il mio utilizzo è tutto sommato marginale, per assomigliarsi molto. Alla fine, la scelta si riduce semplicemente al decidere a quale colosso mondiale dare un pò di soldi, affidandogli contemporaneamente una grossa mole di informazioni che ci riguardano e che poi quel colosso userà in qualche modo conveniente (per il business ovviamente). Certo Apple titilla di più il senso estetico per scelta di materiali (una cosa è il vetro e il metallo e l’altra la plastica), design, linee, forme etc. Tuttavia nel frattempo anche gli altri gli stan tenendo testa e questo margine residuo, vedrete, si riempirà presto, il che è – in ultima analisi – un vantaggio per tutti: per quelli che comprano, per quelli che ci lavorano, per quelli che ci guadagnano, naturalmente. Usando una formula scioccamente abusata dagli utlras di Oscar Giannino è in piccolo il vantaggio offerto dal libero mercato, quando funziona (non funziona sempre, lo so, ma quando funziona è così): dare più alternative fra cui scegliere e favorire attraverso la competizione il progresso tecnologico. Che c’entra questo con gli auspici per l’anno nuovo? Che cosa con la libertà? Cosa con l’identità? C’entra, c’entra. E’ una riflessione che ho fatto nelle ultime settimane: le ho passate in Giappone, le ultime settimane, a Osaka ed è sempre un’esperienza straordinaria, tuffarmi nella quotidianità di quel posto pazzesco e meraviglioso, un’esperienza che aiuta, se uno ha voglia di riflettere. La differenza, il derby, fra Apple ed Android, ci è stato venduta, a noi che ci piace (Ada perdonami, lo so che è grammaticalmente sbagliato ma a me piace così) trastullarci con oggettini ipertecnologici tutto sommato dispensabili, come una specie di guerra di religione, con relativi richiami identitari e narcisisitiche separazioni e giù di influencers che scrivono a destra e a manca quale di quale App non si può fare assolutamente a meno (ah si? e perché?) e qual’è l’accessorio più cool. In termini economici, in regime di oligopolio non collusivo, è utile per i pochi contendenti che il mercato si polarizzi in maniera che ognuno dei contendenti possa contare sullo zoccolo duro dei suoi fan. Coca Cola e Pepsi trent’anni fa decisero un’altra strada e si misero sostanzialmente d’accordo dividendosi il mercato globale (in Argentina si beveva solo PEPSI, per esempio). Oggi non è possibile, quindi bisogna far leva sull’identità. Pensateci, la stessa cosa succede sempre più anche in politica. Il richiamo identitario si fa sempre più forte, perché con l’appiattimento dell’attenzione sui temi e con la – altra formula ampiamente abusata ad minchiam – dissoluzione delle ideologie, diventa sempre più di interesse dei contendenti che esista una polarizzazione basata su altro, sull’appartenenza tout court, sull’adesione a un’identità che finisce per nutrirsi solo di feticci messi lì come scatole vuote. Pensate al caso della FIAT, al livello di coinvolgimento emozionale prima ancora che razionale, che tutta la manfrina Marchionne-Non Marchionne porta con se. La stessa cosa succede con il cosiddetto “patrimonio di valori” che siete chiamati in maniera tutto sommato generica a condividere, se aderite a una proposta politica. E su quei valori, che senza approfondimento diventano dei feticci e basta, vi viene chiesto in maniera quasi religiosa di schierarvi, perché è più comodo così, perché la comunicazione passa attraverso canali in cui la velocità è più importante della profondità e i contenuti devono essere riassunti in uno slogan. Il richiamo identitario, il riferimento alla categoria di appartenenza tornano comodissimi. Vota per me perché io credo nell’Europa è uno dei richiami che sicuramente vi sta più risuonando molto familiare in questo momento storico, ahimè in larga parte anche dal partito di cui faccio parte, e il credere nell’Europa vi viene venduto come un valore di per se, senza perdere troppo tempo a spiegarvi cosa significa, quali pratiche comporta, cosa implicherà. Di esempi ce ne sono a decine, non ultime le distorsioni più degeneri e politically correct delle quote rosa, per cui si finisce per mettere in lista e votare una persona per il suo genere, e basta, o quella malintesa della “rottamazione” per cui la gioventù (e non il sano concetto del ricambio) viene percepita a prescindere come un valore, scordandosi che si può essere molto giovani e molto coglioni, e ne conosciamo tanti così, vero? Ecco cosa c’entra quello che ho scritto con l’auspicio per l’anno nuovo e per il mondo che verrà. Io, voi, noi, esistiamo non in quanto uomini o donne. Non è il nostro genere, da solo, che ci caratterizza, non la nostra età, da sola, non il nostro orientamento sessuale, da solo, non la nostra fede religiosa, da sola, non il comune in cui abitiamo, da solo, né il tablet che usiamo per leggere il giornale, da solo. Nessuno di questi aspetti, presi singolarmente, ci caratterizza come persone, come individui. E’ l’insieme di questi e migliaia di altre cose che ci definisce e ci dà un’identità singola. Se non lo comprendiamo, non siamo liberi, rimarremo per sempre incastrati nei cliché che qualcun’altro ci affibbia. Soprattutto, noi non siamo i nostri valori. Non sono i nostri valori a definirci, sono i nostri comportamenti che fanno di noi quello che siamo agli occhi degli altri. I nostri comportamenti, quello che diciamo e le scelte che facciamo di fronte ai dilemmi che ci troviamo ad affrontare per la strada. L’auspicio per l’anno nuovo è questo: di ricordarselo sempre, sia che si stia chiedendo ad altri il voto per migliorare le loro vite, sia che si tratti più semplicemente, che ne so, di rispettare la fila alla cassa del supermarket.