uscire da quell’epifania e ritornare all’elementare assurdità di quella morte acerba e a un contegno plausibile mi costò uno sforzo minore di quello che mi sarei aspettato un minuto prima. così come aituare nico a rivestirsi, vincendo il tremore contratto dei suoi arti e il dolore dei suoi singhiozzi senza sillabe. fosse stata un’innamorata avrei dovuto baciarle la fronte, magari o cingerla per rassicurarla col calore residuo del nostro ultimo coito ma non riuscii a fare nessuna delle due cose. perché nico non era la mia innamorata. nico era mia cugina. e il suo nipotino di tre anni era appena morto per qualche assurda combinazione di eventi casuali. e dovevo aiutarla rivestirsi. e riportarla a scuola dove qualcuno sarebbe andata a prenderla, probabilmente, senza trovarla, nell’imbarazzo iniziale di quel qualcuno e poi dei suoi professori. imbarazzo che sarebbe stato subito accantonato perché in fondo improprio e impossibile da gestire, troppo poco ingombrante rispetto alla tragedia messa lì quel mattino a sovrastare le convenzioni, quali che fossero. bigiare lo si può fare finché si è vivi. sulla base di questa fondamentale verità, tutti i giudizi sarebbero rimasti sospesi quel giorno. forse era meglio accompagnarla all’autobus e instradarla verso niguarda dove carletto era stato portato e dove tutti sarebbero accorsi di lì a poco da tutte le parti e magari accompagnarla per un pò . non lasciarla sola e solo dopo completare il mio pezzetto di sceneggiata e chissà se aveva ancora senso oramai, chissà se qualcuno ci avrebbe anche lontanamente fatto caso: dovevo tornare a casa ed ascoltare il messaggio sulla segreteria telefonica e poi ritornare indietro e andare a niguarda anch’io, anche se non di corsa come gli altri. se fossi arrivato un pò più tardi non l’avrebbe notato nessuno. dopotutto ero all’università. sarei potuto tornare a qualunque ora del pomeriggio. si sarebbero accontentati tutti della gentilezza di quella presenza senza badare troppo alla sua tempestività. secondo grado. parentela alla lontana. frasi di circostanza. sono corso appena ho saputo. non riesco a crederci. posso fare qualcosa. in realtà fu tutto breve. nico prese la sua strada e io la mia. una volta a casa non trovai nessun messaggio. un grappolo d’uva stava avvizzendo nel portafrutta accanto al telefono impolverato. feci una doccia. erano le undici e cinquanta. il mio turno di consapevolezza tragica arrivò a mezzogiorno. letizia mi telefonò avvisandomi dell’accaduto e io provai a recitare la mia sorpresa. avrei potuto deviare dal teatrino e inventarmi qualunque scusa – una telefonata di nico o di lea o di mia madre che magari l’aveva saputo nel frattempo chissà come – ma non lo feci. dispensai la prima parte del mio sono senza parole e le dissi che li avrei raggiunti subito e chiesi se potevo fare qualcosa. frasi di circostanza per riempire il ronzio del silenzio telefonico. perché non potevo fare niente. perché nessuno avrebbe potuto fare niente. nessun cristo avrebbe preso il tram per niguarda per dire carletto alzati e cammina. nessun dio avrebbe premuto il tasto rewind solo per evitare a tutti un pò di quel tormento. sarebbe rimasto tutto insensato come le frasi di circostanza che stavano per essere pronunciate copiose e grottesche. come sempre. ogni tragedia si accompagna a tonnellate di grottesco. il grande condottiero che viene infilzato sul campo di battaglia, da un soldatino che passava di lì quasi per caso e si è sentito nella lancia il colpo di una vita e l’ha sferrato. il grande condottiero accusa il colpo e i suoi occhi increduli si stampano in quelli del soldatino nemico, che porterà a casa quel ricordo come il più intimo dei trofei. la stessa persona che cavalcava tronfia di battaglia in battagli ora sembra ballare ubriaca per qualche secondo, la sua spina dorsale ondeggia come un fuscello. le ginocchia gli cedono e rovina a terra finendo la sua vita con la faccia sprofondata in un montarozzo di merda di cavallo. nessuno sa a priori quanto assurdi sembreranno al mondo i nostri ultimi due respiri. ero sul divano in accappatoio e chiusi gli occhi, provando a sentirmi in colpa per la mia mancanza di compassione. li riaprii una decina di minuti dopo e misi su il caffè. mentre lo bevevo il vicino di casa mise su il suo disco di maria callas. ne aveva altri ma questo era di gran lunga il suo preferito. l’habanera dalla carmen di bizet. una volta l’avevo sentito discutere per le scale con un altro uomo, difendendo la sua beneamina dall’accusa di non essere un vero soprano. storia vecchia, ripeteva lui, storia vecchia. l’habanera doveva essere la colonna sonora del suo cucinare. almeno a giudicare dai profumi che ci arrivavano nelle estati torride in cui studiavamo in cucina e dalla finestra aperta ci invadevano intransigenti lavoce della divina e il profumo di carne arrostita o di carciofi alla giudìa - dopo decenni a milano, di romanesco gli erano rimaste soltanto le ricette - a torturarci i sensi, a noi squattrinati mangia pasta e sughipronti, qualche insalata e pizza take away. lui invece. lui cucinava sul serio. a volte avevamo l’impressione lo facesse apposta a farci sdilinquire mentre la divina cantava: “si tu ne m’aimes pas je t’aime, si je t’aime prends garde à toi”…se non mi ami io ti amo ma se ti amo stai attento a te. il mezzogiorno era per la carmen. la sera per la traviata. quell’uomo solo, esteta dei fornelli, aveva riempito di belcanto l’abitudine. e sembrava felice. solo, ma felice. ora era inverno. non c’era spazio abbastanza nelle fessure delle finestre della cucina per far trapelare odori che sarebbero invece rimasti contenuti nell’alveo dell’appartamento accanto, che d’inverno diventava olfattivamente egoista, tenendo tutto per se e lasciando noi poveri studentelli squattrinati allo squallore modesto dei nostri sughi pronti. mangiai mezzo tramezzino e finii di bere il caffè rimasto. ruttai. mi lavai i denti mentre mi vestivo. all’una (i milanesi dicevano alla una senza l’apostrofo e a me veniva da ridere ogni volta) scesi in strada per prendere il tram.
[continua....]

