Basta! Torna a fare quello che ti piace!

An Obsessive Combination Of Onotological Inscape, Trickery And Love

Busy, with an idea for a code, I write
signals hurrying from left to right,
or right to left, by obscure routes,
for my own reasons; taking a word like writes
down tiers of tries until its secret rites
make sense; or until, suddenly, RATS
can amazingly and funnily become STAR
and right to left that small star
is mine, for my own liking, to stare
its five lucky pins inside out, to store
forever kindly, as if it were a star
I touched and a miracle I really wrote.

Anne Sexton

Ci vorrebbe uno bravo

Ci sono posti impolverati dove si torna ogni tanto con un misto di nostalgia e pudore. Si cominciano a mettere a posto le cose, a dare una ripulita e ci si strugge un pochettino coi ricordi, soprattutto i ricordi di ciò che non è stato. Poi ci sono i ricordi di ciò che non potrà essere mai; la memoria di quello che poteva essere un futuro plausibile che però non si è realizzato, la memoria delle fantasticherie, delle bugie che ci si è raccontati e delle verità che non si è avuto il coraggio di affrontare. Riordinare tutto riponendolo in scatole diverse, più o meno come deve aver fatto Aristotele qualche millennio fa.
Questo è uno di quei posti, dove torno ogni tanto con un misto di pudore e nostalgia. Oggi sorrido perché penso a quanti non avrebbero di certo problemi a pescarmi in contraddizione con me stesso, se dovessero leggere quello che ho scritto qui o altrove e paragonarlo a quello che sono diventato. E’ difficile da spiegare perché oggi senti qualcosa e domani smetti di sentirlo. Ci vorrebbe uno bravo. In ogni caso ogni tanto si torna in quei posti che a volte ci han fatto anche un po’ paura; si torna in quei posti e da quelle persone che per pigrizia, ignavia e inettitudine abbiamo trascurato. E si rimette a posto tutto, si spolvera, si dà una mano di bianco e una di colore. E poi si ricomincia, in un modo o nell’altro.

Auspici Per Un Anno Che Spero Vada Meglio – Con Tanto Di Pensierini Su Identità e Libertà

shirley-chisholm

Da qualche settimana sto usando un tablet Android. E’ un bell’oggettino, maneggevole ed economico, ben fatto e concepito, lo metto nella tasca della giacca e quasi non mi accorgo di averlo appresso e ogni volta che posso lo accendo e lo uso per fare quello che tipicamente faccio con questi oggettini: leggere (80%) e cazzeggiare in vario modo (20%). Ho deciso di comprare Android, un mesetto fa, perché mi serviva qualcosa di più maneggevole del mio pur glorioso ipad 1, per il suo prezzo interessante e per pura curiosità. E’ il mio primo dispositivo android: ero curioso di provare un “ecosistema” diverso, che tanti dicono sia più “libero” e “aperto” e quindi mi faceva piacere testare questo senso di rinnovata “apertura” e “libertà”. Oggi, dopo un mesetto scarso di utilizzo, posso dirlo con una certa confidenza: non mi sento particolarmente più libero o aperto. Android mi piace, riesco ad usarlo senza problemi ma, mi pare che alla fine, i diversi ecosistemi finiscano, a parte qualche dettaglio che per il mio utilizzo è tutto sommato marginale, per assomigliarsi molto. Alla fine, la scelta si riduce semplicemente al decidere a quale colosso mondiale dare un pò di soldi, affidandogli contemporaneamente una grossa mole di informazioni che ci riguardano e che poi quel colosso userà in qualche modo conveniente (per il business ovviamente). Certo Apple titilla di più il senso estetico per scelta di materiali (una cosa è il vetro e il metallo e l’altra la plastica), design, linee, forme etc. Tuttavia nel frattempo anche gli altri gli stan tenendo testa e questo margine residuo, vedrete, si riempirà presto, il che è – in ultima analisi – un vantaggio per tutti: per quelli che comprano, per quelli che ci lavorano, per quelli che ci guadagnano, naturalmente. Usando una formula scioccamente abusata dagli utlras di Oscar Giannino è in piccolo il vantaggio offerto dal libero mercato, quando funziona (non funziona sempre, lo so, ma quando funziona è così): dare più alternative fra cui scegliere e favorire attraverso la competizione il progresso tecnologico. Che c’entra questo con gli auspici per l’anno nuovo? Che cosa con la libertà? Cosa con l’identità? C’entra, c’entra. E’ una riflessione che ho fatto nelle ultime settimane: le ho passate in Giappone, le ultime settimane, a Osaka ed è sempre un’esperienza straordinaria, tuffarmi nella quotidianità di quel posto pazzesco e meraviglioso, un’esperienza che aiuta, se uno ha voglia di riflettere. La differenza, il derby, fra Apple ed Android, ci è stato venduta, a noi che ci piace (Ada perdonami, lo so che è grammaticalmente sbagliato ma a me piace così) trastullarci con oggettini ipertecnologici tutto sommato dispensabili, come una specie di guerra di religione, con relativi richiami identitari e narcisisitiche separazioni e giù di influencers che scrivono a destra e a manca quale di quale App non si può fare assolutamente a meno (ah si? e perché?) e qual’è l’accessorio più cool. In termini economici, in regime di oligopolio non collusivo, è utile per i pochi contendenti che il mercato si polarizzi in maniera che ognuno dei contendenti possa contare sullo zoccolo duro dei suoi fan. Coca Cola e Pepsi trent’anni fa decisero un’altra strada e si misero sostanzialmente d’accordo dividendosi il mercato globale (in Argentina si beveva solo PEPSI, per esempio). Oggi non è possibile, quindi bisogna far leva sull’identità. Pensateci, la stessa cosa succede sempre più anche in politica. Il richiamo identitario si fa sempre più forte, perché con l’appiattimento dell’attenzione sui temi e con la – altra formula ampiamente abusata ad minchiam – dissoluzione delle ideologie, diventa sempre più di interesse dei contendenti che esista una polarizzazione basata su altro, sull’appartenenza tout court, sull’adesione a un’identità che finisce per nutrirsi solo di feticci messi lì come scatole vuote. Pensate al caso della FIAT, al livello di coinvolgimento emozionale prima ancora che razionale, che tutta la manfrina Marchionne-Non Marchionne porta con se. La stessa cosa succede con il cosiddetto “patrimonio di valori” che siete chiamati in maniera tutto sommato generica a condividere, se aderite a una proposta politica. E su quei valori, che senza approfondimento diventano dei feticci e basta, vi viene chiesto in maniera quasi religiosa di schierarvi, perché è più comodo così, perché la comunicazione passa attraverso canali in cui la velocità è più importante della profondità e i contenuti devono essere riassunti in uno slogan. Il richiamo identitario, il riferimento alla categoria di appartenenza tornano comodissimi. Vota per me perché io credo nell’Europa è uno dei richiami che sicuramente vi sta più risuonando molto familiare in questo momento storico, ahimè in larga parte anche dal partito di cui faccio parte, e il credere nell’Europa vi viene venduto come un valore di per se, senza perdere troppo tempo a spiegarvi cosa significa, quali pratiche comporta, cosa implicherà. Di esempi ce ne sono a decine, non ultime le distorsioni più degeneri e politically correct delle quote rosa, per cui si finisce per mettere in lista e votare una persona per il suo genere, e basta, o quella malintesa della “rottamazione” per cui la gioventù (e non il sano concetto del ricambio) viene percepita a prescindere come un valore, scordandosi che si può essere molto giovani e molto coglioni, e ne conosciamo tanti così, vero? Ecco cosa c’entra quello che ho scritto con l’auspicio per l’anno nuovo e per il mondo che verrà. Io, voi, noi, esistiamo non in quanto uomini o donne. Non è il nostro genere, da solo, che ci caratterizza, non la nostra età, da sola, non il nostro orientamento sessuale, da solo, non la nostra fede religiosa, da sola, non il comune in cui abitiamo, da solo, né il tablet che usiamo per leggere il giornale, da solo. Nessuno di questi aspetti, presi singolarmente, ci caratterizza come persone, come individui. E’ l’insieme di questi e migliaia di altre cose che ci definisce e ci dà un’identità singola. Se non lo comprendiamo, non siamo liberi, rimarremo per sempre incastrati nei cliché che qualcun’altro ci affibbia. Soprattutto, noi non siamo i nostri valori. Non sono i nostri valori a definirci, sono i nostri comportamenti che fanno di noi quello che siamo agli occhi degli altri. I nostri comportamenti, quello che diciamo e le scelte che facciamo di fronte ai dilemmi che ci troviamo ad affrontare per la strada. L’auspicio per l’anno nuovo è questo: di ricordarselo sempre, sia che si stia chiedendo ad altri il voto per migliorare le loro vite, sia che si tratti più semplicemente, che ne so, di rispettare la fila alla cassa del supermarket.

Cronache di un anno che poteva andare peggio. Parte terza: Fish and Chips

columbia_river_gorge_barge_snow_mg_8363_3

(continua da qui)

La storia che mi racconta Said comincia in Canada, lassù nell’angolo in alto a sinistra della mappa degli USA, a est di Vancouver. E’ la storia di un fiume, il Columbia, che nasce, sale e poi scende a serpentina attrraversando lo stato di Washington e poi l’Oregon per sfociare nel pacifico qualche chilometro a nordovest di Portland. Bei posti, mi racconta Said, che c’è stato: natura, montagne, parchi di sequoie, pesca. Il bacino del fiume è grande come la Francia e racconta una storia millenaria dei traffici e dei commerci delle tredici tribù di nativi americani che pescavano il salmone e le altre specie autoctone per nutrirsene o barattarlo. Poi è arrivata la modernità e lo sfruttamento e le quattrocento dighe e impianti idroelettrici e la navigazione e tutto il resto e si è scatenata la ridda di i interessi, a volte diametralmente contrapposti: pescatori, nativi, ecologisti, residenti aziende energetiche. La popolazione dei salmoni, che è costituita da una quindicina di specie diverse, ha iniziato a decadere e le associazioni dei nativi americani e degli ecologisti hanno protestato, dato che negli accordi di usufrutto delle risorse naturali della zona era previsto il loro potere di veto. Il problema del salmone, si sa, è che a un certo punto deve risalire la corrente e nemmeno il più audace riesce a risalire una diga o a passare indenne attraverso una turbina. La BPA (l’Enel dell’Oregon, per capirci) si impegnò qualche anno fa a ripopolare il bacino di un certo volume di salmoni ogni anno. Per dare una consistenza scientifica alla questione di valutare l’efficacia dell’iniziativa qualcuno ebbe l’idea di contarli, i salmoni. E qui entrano in gioco i miei amici marocchini. Quel piccolo chip elettronico che guardavo produrre nella linea accanto a quella di cui mi stavo occupando è esattametne la carta di identità dei salmoni dell’Oregon. Ogni anno milioni di questi aggeggi vengono spediti in Oregon dove un certo numero di operatori li inietta nel corpo dei salmoni. Ogni salmone si becca il suo piccolo ospite, una cosa indolore, a quanto se ne sa. Il chip contiene un’antennina a radiofrequenza che manda un segnale continuo che può essere captato da un’antenna ricevente. In determinati periodi dell’anno e in determinati punti del fiume, il fiume stesso viene come transennato così che i pesci si trovino a passare sotto degli archi simili a ponti sopraelevati. Quegli archi sono le antenne riceventi che riescono a captare il segnale ed identificare univocamente fino a cinquanta salmoni al secondo. Quindi di fatto di ogni salmone che è sceso a valle si riesce a sapere se ce l’ha fatta a ritornare a monte durante la risalita. I dati vengono spediti a un database centrale dove c’è un signore specializzato in queste cose che li analizza, traccia i trend ed elabora le sue raccomandazioni per il ripopolamento. La storia che mi racconta Said è affascinante, vero? Perché come le storie che mi hanno affascinato di più quest’anno, anche la storia di Said racconta di connessioni, di liason. Quella fra il Maghreb e gli indiani d’America e pure la liason fra la modernità e la tradizione, fra l’idea della crescita e quella dell’equilibrio. Le quattrocento e passa dighe e sistemi dell’Oregon sono lì mica per caso, garantiscono un’indipendenza energetica a quella regione e anzi, in tempi di picco del petrolio, pongono il problema opposto a quello della scarsità. La BPA deve gestire i picchi di sovrapproduzione perché in determinati periodi del giorno viene c’è più energia di quella che viene richiesta dalla rete. Metterla da parte in qualche modo e far si che la si possa usare quando serve è una sfida pari almeno a quella di implementare comportamenti virtuosi per consumarne di meno. La storia di quei salmoni è anche la storia di una modernità con cui, volenti o nolenti, bisogna fare i conti, parte dal desiderio di quelle ragazze di poco più di vent’anni di vivere in un bell’appartamento nella periferia di Tangeri dove invitare tutti i parenti nel grande salone arredato di tappeti e cuscini, dove le numerosissime famiglie musulmane si ritrovano per le feste comandate, e garantisce costi accessibili a un progetto che altrimenti non potrebbe aver visto la luce. E’ anche un pochino la storia di quella cosa che chiamiamo globalizzazione, della sua complessità di fini e di mezzi, dei suoi attori e dei suoi effetti. Ed è anche la storia della connessione fra tecnologia e natura, della esistenza indolore (almeno spero, visto che nessun salmone si è ancora lamentato) dell’una a vantaggio dell’altra, il che, se ci pensate, è un buon prerequisito per la sostenibilità e affidabilità di quella cosa che chiamiamo progresso. (continua)

Cronache di un anno che poteva andare peggio. Parte seconda: i Salmoni dell’Oregon

(continua da qui)
Ad un certo punto della notte ci si addormenta, anche a Tangeri e nonostante le auto continuino a andare su e giù per il lungomare. Ci si addormenta per risvegliarsi in un momento non proprio perciso prima dell’alba quando il muezzin, quello vero, inizia a cantilenare l’adhan, quello vero. Il turista o il viaggiatore può alzarsi dal letto e andare alla finestra e scrutare il cielo o le lucine dei palazzoni intorno: una cucina che si sveglia, un taxi che porta qualcuno all’aeroporto, mentre si lascia affascinare o inquietare (dipende dai gusti e da tante altre cose che non so) dal suono di quella voce e dal mistero millenario che contiene. Poi piano, piano si svegliano anche quelli col sonno più tenace, i muratori soprattutto, a migliaia, ché l’immensa periferia si è andata popolando negli anni di cantieri sempre più grandi. Palazzoni moderni dotati di tutti i comfort: otto, nove piani disposti a corte e pronti ad accogliere la nuova piccola borghesia, quella stessa classe di ex contadini che nel frattempo si è trasferita qui per lavorare nelle fabbriche, quelle stesse che visito io e gli altri "neocolonialisti globalizzati" come me. La mutazione che il mercato globale sta attraversando la si percepisce tutta, la si annusa come le zaffate salmastre che arrivano dall’oceano. La Cina vista da qui sembra sideralmente lontana coi suoi problemi logistici, la sua lingua incomprensibile, i suoi costi crescenti, mentre qui, a due passi dall’Europa, dall’altro lato di Tarifa, c’è una nazione nordafricana sulla strada di una modernità con cui l’Europa stessa comincia a condividere più che un semplice rapporto di commercio. I ragazzi con cui lavoro parlano quattro lingue, hanno studiato a Casablanca e in Francia e sono motivati a migliorare le loro vite. Sognano di comprarsi un appartamento in uno di quei palazzoni moderni e ben fatti che i loro zii stanno costruendo. La loro motivazione all’affrancamento assomiglia alla simile motivazione di miliardi di altri come loro ed è uno dei motori primari della globalizzazionem, che però diventa sempre più interessante vista da qui, o per esempio da Timisoara dove pure sono stato mesi prima, per fare un’esperienza simile. E’ più interessante perché racconta lo scenario di un multilateralismo possibile, dell’impadronirsi di una speranza senza rinunciare né alla propria integrità, né alle proprie tradizioni, come se quel mediterraneo che ci divide fosse di fatto una membrana osmotica. messa lì per controllare che la crescita economica non si trasformi in un evento troppo traumatico e devastante. Nella linea di produzione accanto a quella di cui dovevo occuparmi io ce n’é un altra, lunga e automatizzata intorno alla quale lavorano tre ragazze intorno meno vent’anni. La linea produce dei piccoli cilindretti neri simili a fiammiferi in miniatura. Incuriosito ho chiesto a Said a cosa servissero quei componenti e lui mi ha raccontato una storia affascinante, la storia dei salmoni dell’Oregon. Se portate pazienza, la racconto pure a voi. (continua)

Cronache di un anno che poteva andare peggio. Parte prima: le acciughe di Tangeri

photo

Quest’anno sono stato tre o quattro volte in Marocco; a Tangeri, a seguire un progetto che un fornitore ha deciso di delocalizzare lì. Tangeri è stato un posto di intricati passaggi epocali e ha assistito, da punto di separazione fra atlantico e mediterraneo qual’è, a tanti episodi chiave della storia antica e recente. Porto ideale per spioni ed intrighi internazionali ma pure buen retiro di artisti e intellettuali. A Tangeri andavano a cazzeggiare quelli della beat generation, Keruac, . Sulle colline alle spalle della baia meravigliosa che dà sull’atlantico si stabilì per qualche tempo Truman Capote a scrivere un pò di “In cold blood”. E poi Paul Bowles che ci è morto dopo averci vissuto un bel pò. Matisse e Delacroix, pure loro, come William S. Burroughs. Insomma, bella gente. La città vive nel suo meraviglioso caos da set cinematografico a cielo aperto (lo noti già quando la sorvoli), e infatti ci sono tappe obbligate dove vieni condotto dopo cena, nella medina, a vedere le stradine dove Bourne faceva acrobazie in moto o il balcone dove Di Caprio prendeva il The in “Inception”. Guidare a Tangeri è un’avventura anche per i guidatori più avventuruosi, entrare in una delle gigantesche rotatorie con la speranza di attraversarla senza combattere è un’illusione fallace. Arrivare dall’altra parte è questione di scaltrezza, forza di nervi, tecnica e determinazione. Di fronte a queste sfide basilari anche il concetto stesso di precedenza diventa una specie di leziosa e incomprensibile sovrastruttura. Ci si abitua prestissimo o forse un infanzia passata nella Salerno pre-De Luca aiuta, non lo so.Comunque se mai ci capitate e siete dei fighetti ligi alle regole del traffico vi consiglio di prendere un taxi, meglio se uno di quelli gialli anni ottanta, tipicamente dei vecchissimi mercedes classe S, metafore ambulanti che il built to last una volta era un dovere morale (non c’era l’elettronica, eran tempi così) il cui contachilometri, arrivato a seicentomila si è arreso e ha passato la mano, lasciando al guidatore o a uno qualsiasi degli otto passeggeri che normalmente carica, il compito di stimare la distanza percorsa. Il lavoro nella fabbrica che ho visitato somiglia al lavoro di una qualsiasi fabbrica simile in Europa o in Asia, e oramai ne ho viste un bel pò: le operazioni che richiedono pazienza e attenzione vengono delegate alle donne che, casomai ve lo stiate chiedendo, non portano tutte il velo. Diciamo un cinquanta per cento, Quelle senza velo, in genere, non sono prese, cioè non hanno il fidanzato. Indipendentemente dal loro status, quando il loro supervisore le cazzìa perché io gli ho fatto notare qualcosa che non andava gli rispondono anche molto indispettite e infatti lui dopo un pò abbassa la cresta e mi traduce gentilmente, credo edulcorandole, le loro risposte.Sono tutti gentili e pazienti con il mio francese sciancato e il mio arabo inesistente. In un angolo della linea di produzione c’è una piccola moschea dove tre o quattro volte al giorno gli uomini vanno a pregare. Hanno installato un programmino nella barra laterale di windows, un muezzin virtuale, che manda un pop up con il testo dell’adhan, la chiamata alla preghiera, che nel rito sunnita fra le altre cose recita un verso che mi è rimasto impresso: affrettatevi alla preghiera, affrettatevi alla felicità (il mio amico Yiassin ha detto che la parola si può tradurre come benessere, ma è lo stesso). L’Islam sunnita, è più moderato e, come diremmo nella nostra visione semplificata e parziale,più laico di quello sciita, più tollerante e aperto ed è assolutamente maggioritario (il 90% dei musulmani mondiali è sunnita). Il primo giorno che ho passato al lavoro dovevamo ispezionare tutta la linea di produzione ed eravamo indietro. Loro si sentivano in dovere di portarmi a pranzo fuori ma dato che non c’era tempo ho detto che un panino sarebbe andato benissimo. Dopo venti minuti stavo mangiando il sandwich alle acciughe più buono che abbia consumato negli ultimi vent’anni. La qualità intrinseca, la genuinità e la bontà di quello che si mangia laggiù offre linee interpretative non convenzionali sul perché Capote, Bowles e Ferlinghetti ci abbiano passato tanto tempo. La sera, verso le sei, c’è l’uscita delle scuole e col bel tempo, cioé sempre, i venticinque minuti di strada fra l’ufficio e l’albergo sono uno spettacolo. Le persone sciamano a centinaia affollando le aiuole ai bordi della strada, i bimbi giocano nel prato, le madri sedute sull’erba in circolo chiacchierano godendosi il venticello e sbocconcellando qualcosa. Ti viene voglia per un attimo di scendere dalla macchina e camminare a piedi, unendoti a quella folla che sembra serenamente avviata verso una sera senza angosce o preoccupazioni. Le coppie di fidanzati camminano mano nella mano facendosi gli scherzi e i ragazzetti fanno le perte coi motorini o si aggrappano ai camionicini in transito facendosi dare un passaggio. La sera ha una durata imprecisata. All’una di notte, tutti i giorni c’è per strada ancora lo stesso caos sublime di gente che cammina verso chissadove, macchine, gruppetti che giocano a pallone negli spiazzi liberi, ragazzini sucidici che ti chiedono qualche spiccio, venditori ambulanti di dolciumi e fazzoletti e file di uomini seduti ai tavolini di fronte ai caffé (dove le donne non entrano) che sorseggiano the alla menta e sembrano rapiti in tenzoni filosofiche e congetture irrinunciabili. (continua)

Il primo pezzo della playlist per questa piccola sequenza di post è una canzone che non conoscevo e che ho imparto proprio lì. Pare sia stato un successone negli anni cinquanta.

Ya Mustapha nella versione di Bob Azzam