CalvinistAccidentale [revamped]

la mitosi cellulare [quasi un racconto] 2

febbraio 9, 2010 · 1 commento

uscire da quell’epifania e ritornare all’elementare assurdità di quella morte acerba e a un contegno plausibile mi costò uno sforzo minore di quello che mi sarei aspettato un minuto prima. così come aituare nico a rivestirsi, vincendo il tremore contratto dei suoi arti e il dolore dei suoi singhiozzi senza sillabe. fosse stata un’innamorata avrei dovuto baciarle la fronte, magari o cingerla per rassicurarla col calore residuo del nostro ultimo coito ma non riuscii a fare nessuna delle due cose. perché nico non era la mia innamorata. nico era mia cugina. e il suo nipotino di tre anni era appena morto per qualche assurda combinazione di eventi casuali. e dovevo aiutarla rivestirsi. e riportarla a scuola dove qualcuno sarebbe andata a prenderla, probabilmente, senza trovarla, nell’imbarazzo iniziale di quel qualcuno e poi dei suoi professori. imbarazzo che sarebbe stato subito accantonato perché in fondo improprio e impossibile da gestire, troppo poco ingombrante rispetto alla tragedia messa lì quel mattino a sovrastare le convenzioni, quali che fossero. bigiare lo si può fare finché si è vivi. sulla base di questa fondamentale verità, tutti i giudizi sarebbero rimasti sospesi quel giorno. forse era meglio accompagnarla all’autobus e instradarla verso niguarda dove carletto era stato portato e dove tutti sarebbero accorsi di lì a poco da tutte le parti e magari accompagnarla per un pò . non lasciarla sola e solo dopo completare il mio pezzetto di sceneggiata e chissà se aveva ancora senso oramai, chissà se qualcuno ci avrebbe anche lontanamente fatto caso: dovevo tornare a casa ed ascoltare il messaggio sulla segreteria telefonica e poi ritornare indietro e andare a niguarda anch’io, anche se non di corsa come gli altri. se fossi arrivato un pò più tardi non l’avrebbe notato nessuno. dopotutto ero all’università. sarei potuto tornare a qualunque ora del pomeriggio. si sarebbero accontentati tutti della gentilezza di quella presenza senza badare troppo alla sua tempestività. secondo grado. parentela alla lontana. frasi di circostanza. sono corso appena ho saputo. non riesco a crederci. posso fare qualcosa. in realtà fu tutto breve. nico prese la sua strada e io la mia. una volta a casa non trovai nessun messaggio. un grappolo d’uva stava avvizzendo nel portafrutta accanto al telefono impolverato. feci una doccia. erano le undici e cinquanta. il mio turno di consapevolezza tragica arrivò a mezzogiorno. letizia mi telefonò avvisandomi dell’accaduto e io provai a recitare la mia sorpresa. avrei potuto deviare dal teatrino e inventarmi qualunque scusa – una telefonata di nico o di lea o di mia madre che magari l’aveva saputo nel frattempo chissà come – ma non lo feci. dispensai la prima parte del mio sono senza parole e le dissi che li avrei raggiunti subito e chiesi se potevo fare qualcosa. frasi di circostanza per riempire il ronzio del silenzio telefonico. perché non potevo fare niente. perché nessuno avrebbe potuto fare niente. nessun cristo avrebbe preso il tram per niguarda per dire carletto alzati e cammina. nessun dio avrebbe premuto il tasto rewind solo per evitare a tutti un pò di quel tormento. sarebbe rimasto tutto insensato come le frasi di circostanza che stavano per essere pronunciate copiose e grottesche. come sempre.  ogni tragedia si accompagna a tonnellate di grottesco. il grande condottiero che viene infilzato sul campo di battaglia, da un soldatino che passava di lì quasi per caso e si è sentito nella lancia il colpo di una vita e l’ha sferrato. il grande condottiero accusa il colpo e i suoi occhi increduli si stampano in quelli del soldatino nemico, che porterà a casa quel ricordo come il più intimo dei trofei. la stessa persona che cavalcava tronfia di battaglia in battagli ora sembra ballare ubriaca per qualche secondo, la sua spina dorsale ondeggia come un fuscello. le ginocchia gli cedono e rovina a terra finendo la sua vita con la faccia sprofondata in un montarozzo di merda di cavallo. nessuno sa a priori quanto assurdi sembreranno al mondo i nostri ultimi due respiri.  ero sul divano in accappatoio e chiusi gli occhi, provando a sentirmi in colpa per la mia mancanza di compassione. li riaprii una decina di minuti dopo e misi su il caffè.  mentre lo bevevo il vicino di casa mise su il suo disco di maria callas. ne aveva altri ma questo era di gran lunga il suo preferito. l’habanera dalla carmen di bizet. una volta l’avevo sentito discutere per le scale con un altro uomo, difendendo la sua beneamina dall’accusa di non essere un vero soprano. storia vecchia, ripeteva lui, storia vecchia. l’habanera doveva essere la colonna sonora del suo cucinare. almeno a giudicare dai profumi che ci arrivavano nelle estati torride in cui studiavamo in cucina e dalla finestra aperta ci invadevano intransigenti lavoce della divina e il profumo di carne arrostita o di carciofi alla giudìa -  dopo decenni a milano, di romanesco gli erano rimaste soltanto le ricette -  a torturarci  i sensi, a noi squattrinati mangia pasta e sughipronti, qualche insalata e pizza take away. lui invece. lui cucinava sul serio. a volte avevamo l’impressione lo facesse apposta a farci sdilinquire mentre la divina cantava: “si tu ne m’aimes pas je t’aime, si je t’aime prends garde à toi”…se non mi ami io ti amo ma se ti amo stai attento a te. il mezzogiorno era per la carmen. la sera per la traviata. quell’uomo solo, esteta dei fornelli, aveva riempito di belcanto l’abitudine. e sembrava felice. solo, ma felice. ora era inverno. non c’era spazio abbastanza nelle fessure delle finestre della cucina per far trapelare odori che sarebbero invece rimasti contenuti nell’alveo dell’appartamento accanto, che d’inverno diventava olfattivamente egoista, tenendo tutto per se e lasciando noi poveri studentelli squattrinati allo squallore modesto dei nostri sughi pronti. mangiai mezzo tramezzino e finii di bere il caffè rimasto. ruttai. mi lavai i denti mentre mi vestivo. all’una (i milanesi dicevano alla una senza l’apostrofo e a me veniva da ridere ogni volta) scesi in strada per prendere il tram.

[continua....]

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la mitosi cellulare [quasi un racconto]

febbraio 6, 2010 · 4 commenti

il bambino morì verso le dieci del mattino. in braccio a sua nonna che provava rianimarlo mentre il nonno chiamava il centodiciotto. a me lo dissero verso mezzogiorno. ero di ritorno dall’università, quella mattina. meglio, sarei dovuto essere di ritorno dall’università. in realtà ero stato da nico e a all’ora della morte del bimbo stavo dormendo. nico é mia cugina. secondo grado, parentela lontana. abbastanza da non sentirci in colpa del fatto di dormire insieme. ci eravamo rivisti  per la prima volta dopo quindici anni quando mi ero trasferito a milano. io all’università, lei al quinto dell’istituto d’arte. di norma la raggiungevo al mattino quando bigiava. a casa sua. aspettavo pazientemente nella nebbia di cesano che la madre fosse andata a lavorare. e salivo su. quel mattino avevo fatto lo stesso. facevamo l’amore alle nove del mattino in quelle lenzuola ancora calde e odorose di sonno. di solito mi fermavo ad ascoltare la sua pancia come una conchiglia liscia e profumata e sonnecchiare beato. le figure scomode che finivamo per rappresentare nei nostri dopo, come allegorie mitologiche nelle metope dei templi greci, cambiavano sempre e era capitato ci fossimo chiesti il perché non avessimo abitudini, di quelle che ad immaginarsele a vent’anni ti capita pure di pensare che un giorno forse potrebbero piacerti, come trovare una posizione rassicurante e solita in cui adagiarti con la tua donna dopo l’amore. il nostro sonno mattutino, spezzettato in centinaia di frazioni microscopiche, racchiudeva nel piacere di quella clandestinità scomoda e spigolosa un segreto che nessuno dei due riusciva a decifrare, di cui non si faceva parola. di cui non esisteva un metatesto.ciò che era succedeva e basta. come un’evasione. i due fedigrafi che tradivano il mondo al mattino con la stessa leggerezza con cui rubacchiavano nei supermercati al pomeriggio, così per ridere, di tanto in tanto. sconosciuti ai nostri partner ufficiali. alle nostre mamme che si sarebbero cullate per sempre nell’illusione di sapere tutto di noi. leggere il giornale il sabato mattina al tavolino del bar della piazza del paese beandosi nel sole di maggio. nessuno sente il bisogno di parlarne a priori, come se fosse necessario. nessuno si chiede se un gesto così semplice lo definisca agli occhi degli altri. eppure gli altri si chiedono cosa ci fai al tavolino di un bar in un mattino in cui saresti dovuto essere altrove. è puro edonismo silenzioso di cui non senti il bisogno di chiedertene ragione. e il fatto che per gli altri non funzioni sempre così non ti disturba, dopo tutto. così era per noi. non se ne parlava. non c’era assolutamente niente di cui discutere. il suo ragazzo studiava a pavia. la mia ragazza a bologna. non c’erano ancora gli sms e i telefoni cellulari con cui chiamarsi e tramare alle spalle di qualcun altro. ogni volta era una scommessa o poco più. io che aspettavo a un angolo di quella piazzetta di cesano, facendo attenzione a non essere visto da sua madre (mia zia?), e poi scivolare tranquillo in quel letto di ragazza a scrivere un pezzettino alla volta il mio abbeccedario erotico. avido di imparare e tronfio in quell’energia incontrollata di cui gli amatori seri si vergognerebbero. e andò così pure quella mattina. febbraio inoltrato. nebbiolina umida e pungente. milano che si muoveva fuori dalla finestra. e nico che chiamava letizia che era a casa con la febbre fingendo di essere alla cabina del suo istituto. aveva aperto la finestra lunga e rettangolare che dava sul balcone, perché il rumore della strada rendesse più credibile la messinccena. e letizia che le diceva che carletto era morto. e nico che mi guardava stupita. incapace di piangere o urlare o inveire contro dio. e io che la riguardavo intuendo la tragedia nei suoi zigomi contratti. io non so se è vero che, come dicono, a volte la vita intera possa passarti avanti in pochi secondi. però quella mattina fra le dieci e mezzogiorno, in due o tre secondi ad un orario fra le dieci e mezzogiorno che non avrei mai saputo esattamente perché il pendolo kitsch che sua madre teneva nel corridoio era nascosto dalla porta semichiusa, trassi l’impressione fondamentale che nico fosse bella. proprio in quel momento in cui lo stupore sul suo viso si stava attutendo come il rumore di un’esplosione per lasciare spazio al rimbombo del dolore incredulo, io non mi chiesi nulla di quella tragedia che pure intuivo. io mi accontentai di rimanere indifferente mentre realizzavo la bellezza insindacabile di nico. e decisi di godermela, quella bellezza che non ero risucito nemmeno lontanamente a percepire, irruente amatore adolescenziale, mentre ero dentro di lei. i capelli nerissimi le scendevano lisci intorno a quel viso che era il suo orgoglio vanitoso. il suo faccino simmetrico dai lineamenti puliti. anche la piccola imperfezione degli incisivi un pò larghi, che lei odiava, che non riuscivo nemmeno a vedere in quella distanza semibuia, ma che mi immaginavo, mi parve invece perfetta. come una foto in bianco e nero. una ragazza nuda, in piedi. tiene in mano la cornetta del telefono. la luce labile di una mattinata nebbiosa le arriva alle spalle da una finestra alta e stretta che dà sul balcone. io riesco a vederla dalla mia posizione, sdraiato sul suo letto, attraverso un quarto di porta aperta e mezzo corridoio. il cielo è così plumbeo che fatico a distinguerne i contorni. potrebbe essere un quadro di vermeer, se vermeer avesse mai dipinto in bianco e nero. e se avesse mai dipinto nudi. nico era bellissima. pensai che avrei potuto innamorarmene e sposarla. cugina o no. sfidare tutti e sposarla e mettere al mondo figli storpi o ritardati, rachidici come eredi al trono di casati settecenteschi e trovare finalemente una posizione solita. una e una sola in cui adagiarmi per sempre con lei dopo aver fatto l’amore.

[continua....ovvio se mi dite che fa cagare, no...]

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spin & spleen

febbraio 5, 2010 · 3 commenti

volevo scrivere un post sull’ipocrisia. ma c’ho ‘n pò di febbriciattola e poca voglia. due condizioni che si verificano con una preoccupante frequenza, ultimamente. allora scrivo un post ottimista, che non ha niente a che vedere con l’ipocrisia di cui, fra l’altro mi importa fino a un certo punto, ad essere sincero. scrivo un post sincero, condividendo ciò che, al momento, mi importa più del resto e cioè che al mio amico odisseando, l’impresa in cui si è lanciato vada non solo a buon fine ma proprio stupendamente. vivo in piccoli universi paralleli, zompettando da uno all’altro di volta in volta. sarà per questo che prendo freddo e febbriciattole con una certa facilità.

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in morte di j.d. salinger

gennaio 28, 2010 · 3 commenti

“Among other things, you’ll find that you’re not the first person who was ever confused and frightened and even sickened by human behavior.  You’re by no means alone on that score, you’ll be excited and stimulated to know.  Many, many men have been just as troubled morally and spiritually as you are right now.  Happily, some of them kept records of their troubles.  You’ll learn from them – if you want to.  Just as someday, if you have something to offer, someone will learn something from you.  It’s a beautiful reciprocal arrangement.  And it isn’t education.  It’s history.  It’s poetry.”
J.D. Salinger, The Catcher in the Rye, Chapter 24

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io lo so dove vanno, lo so…

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“non dubito che ti incontrerò ancora, e a questo devo badare, di non perderti.”

Ad uno sconosciuto – W. Whitman

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live your life full of joy and thunder

gennaio 24, 2010 · 4 commenti

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forza, michael, daje!

gennaio 18, 2010 · Lascia un commento

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the dream has gone but the baby is real [valzer stupido in la bemolle]

gennaio 17, 2010 · 1 commento

dimmi una cosa bella, dai

una cosa
qualsiasi
la prima a cui pensi

mentre il ghiaccio si scioglie
una foto
un concetto
una finta di michael jordan
una chiesa romanica
un film di scorsese
l’oasi di vendicari
un portapenne spalding
un racconto di marai
infinite jest
un’alba argentina
quella vecchia foto della tua mamma
che ti somigliava tanto
una pasticca drogata
una battuta di loriot
la pipì in una tazzina
un pezzo di brecht letto da una ragazzina di hannover
una storia di camorra
il clarino di zio michele
un assolo di charlie parker
master blaster
dimmi una cosa
che sono the apple of your eye
oppure your higher ground
una volta per tutte
una cosa che mi turbi
il mal d’africa
e poi una che mi cambi
per sempre
la tua danza nuda sul sofà
coi de la soul
aggiungi un’idea
a un momento che passa
un pezzo di tom waits
la tromba di chet baker bellissimo e suadente
il caffè di piazza sant’eustachio
il gattopardo
la decadenza

prudence never pays

parlami di te
che fai l’amore
un ritratto di schifani
il permesso per entrare alla seconda ora
una madonna che ride
il kebab delle undici
ismail il bucaniere
il latte e menta del pittore
parlami della vita che ci sfugge
sotto le suole
mentre ce ne stiamo fermi
a contemplare il nostro addio
raccontami agli altri
quando te ne sarai andata
canne e scopare
una scala pentatonica
ricordati per sempre
dell’anticipo pieno d’ansia
e spasmi di colite
con cui ti ho attesa
su quel selciato di anticaglie

dimmi una cosa sola
prima che io muoia

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mi correggo: oggi è una giornata che – come dire – assomiglia a un pezzo di chet baker

gennaio 15, 2010 · Lascia un commento

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oggi è una giornata che – come dire – assomiglia a un pezzo dei belle and sebastian

gennaio 15, 2010 · Lascia un commento

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viern

gennaio 14, 2010 · 3 commenti

sono giorni veramente bigi. depressione letargica da geek onanista disoccupato. fuori nevica. poi smette. poi ricomincia a nevicare. fa freddo freddo freddo quassù. i tedeschi non accusano il colpo. io si. loro continuano tranquilli ad andar in giro in bici. io no. sono l’orso yoghi senza bubu durante l’inverno. un disoccupato senza una spalla con cui sublimare la mia omossessualità latente. mi rompe le palle l’andar in giro per commissioni e c’ho na moglie stakanovista. lei non accusa il colpo di quest’inverno. io si. il futuro, pure quello prossimo, continua ad essere un’incognita. lo so, c’è chi sta peggio. lo so cosa è successo ad haiti e lo so che guardarsi l’ombelico mentre nel mondo succedono cataclismi è un pochino inelegante. mi dispiace per il mondo. ma faccio una fatica bestia pure a leggere il giornale. lo so che passerà. sarà questione di quarantagiorni o di tre mesi e quest’inverno di merda si scioglierà e mi comprerò una p38 per sparare al primo che osi cantare odio l’estate. menomale che succedono cose interessanti, tipo che un amico decida di prendere in mano il timone dell’audacia e vada come deve andare o tipo che io scopra questo blog che è un pò la stessa cosa solo a un livello e su una scala un pò più grande. se siete pigri e non avete cliccato il link, è la storia di un ragazzo ex testimone di geova che a un certo punto ha divorziato dalla sua religione per  sposare la donna di cui è innamorato. racconta la sua storia. è bella e istruttiva e vi consiglio di leggerla dall’inizio.

img: dal mio balcone, ieri pomeriggio
soundtrack: my propeller – arctic monkeys

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