Negli ultimi quindici anni la mia idea di vacanza è stata più o meno partire, raggiungere un posto e girarlo il più possibile, condensando nei pochi giorni di ferie a disposizione ( in genere, due settimane) tutto il fattibile. Vacanze al mare non ne ho fatte più da un sacco di tempo e non ne sento la mancanza. Al mare finivo sempre per annoiarmi: nuoto poco e male, mi scotto facilmente, in spiaggia mi rompono le palle quelli che giocano a pallone etc etc. La Sardegna qualche anno fa però, mi piacque molto, la costa ovest soprattutto, ancora un pò selvaggia, il contrasto con l’entroterra, il cibo. Per arrivarci prendemmo un traghetto a Civitavecchia. Era uno di quelli "attrezzati", un’approssimazione traghettosa della crociera, coi bar e le sale e un pò di intrattenimento. Mi ricordo la smania di non poterne più già dopo un’ora a bordo: mi dava la sensazione di star perdendo tempo, il caffè che servivano era annacquato, avevo la consapevolezza che la vacanza sarebbe iniziata solo una volta approdati, non vedevo l’ora di arrivare. Andare in crociera è una delle cose che credo non farò mai in vita mia proprio perché non riesco a concepire la sproporzione fra il tempo passato a bordo, a cazzeggiare e riposarsi, e quello speso a terra. Mi pare uno spreco. Poi, ovvio, mai dire mai. In questi giorni, dopo il disastro dell’Isola del Giglio è girato un vecchio articolo di Michele Serra, questo. E’ uno dei classici pezzi in cui Serra prova a raccontare "il paese" dalla sua prospettiva che a me sembra (e lo dico da suo fan) sempre un pò distorta e sempre affetta da un paraculismo di fondo, in cui un mix irrisolto di satira e reportage torna sempre comodo per descrivere la realtà sempre con gli stessi modelli e gli stessi stereotipi. A me il pezzo di Serra ha infastidito un pò, perché contiene delle categorie antropologiche che mi sembra di riconoscere più perché le ritrovo negli altri articoli di Serra che nella società. Volevo scriverne più diffusamente ma poi ho letto nel frattempo questo e questo e sono sostanzialmente d’accordo. E’ troppo semplicistico ridurre quelli che vanno in crociera come una massa di Mario Brega che si strafogano e fanno questioni per i centesimi addebitatigli ingiustamente. E’ semplicistico e inaccurato. E’ roba da film di Verdone. E noi non vogliamo scrivere il soggetto dei film di Verdone, giusto? Noi vorremmo descrivere la realtà, giusto?
Un altro aspetto che ho letto in giro e trovato fastidioso di tutta questa storia della Crociera finita in tragedia è ben riassunto da questo post. La posizione è più o meno quella sostenuta pure con una certa veemenza da Claudio Velardi, che sostiene ci sia in atto un linciaggio mediatico di una persona sola, il capitano della nave, quando in realtà la responsabilità andrebbe cercata anche altrove. Questa posizione, per quanto ne comprenda certi contenuti, io la trovo sostanzialmente indifendibile. Lo sappiamo: i media – quelli italiani, poi… – potrebbero fare un lavoro di informazione più corretto e accurato. Non ci piove. Però questa non può essere una giustificazione per smettere di ragionare sul ruolo che hanno anche le responsabilità individuali, a tutti i livelli, sugli avvenimenti della nostra storia recente. Prendete il caso della Thyssen Krupp a Torino. Una squadra di management locale prese determinate decisioni, in base a determinate contingenze, in maniera autonoma e consapevole. Perché erano pagati per quello: essere consapevoli ed autonomi. Hanno deciso di ridurre le spese anche nel campo della sicurezza del lavoro, nella manutenzione degli estintori. Il risultato è stata la morte di alcuni operai. Sono stati processati e condannati per quello perché è stata riconosciuta la loro responsabilità individuale, non quella di un ente astratto, astorico, avulso dalla realtà. Pure qui, a me pare che il semplicismo di certi ragionamenti abbondi. Ammettiamo pure che la Costa (intesa come multinazionale) abbia dato delle direttive al capitano della nave di fare quella puttanata di avvicinarsi troppo alle isole, voi ve la sentireste di smettere per questo motivo di ragionare sulle decisioni e sul comportamento del capitano della nave quella notte? Io no. E non trovo che questo significhi costruire un capro espiatorio. Secondo me è un pezzo del processo che fa una società civile quando si interroga di fronte a cose immense e difficili da comprendere. E’ normale che lo si faccia. E’ necessario, anche, secondo me. Perché in una società civile, deleghiamo costantemente e ogni giorno un pezzettino della nostra incolumità ad altri, sulla base di premesse certe ed accettate da tutti. Io vado dal dentista, mi siedo, apro la bocca e sono tranquillo nella misura in cui so che quel dentista ha studiato, ha fatto pratica, è capace e competente. Se la maestra di vostro figlio picchiasse regolarmente gli alunni perché ha avuto una direttiva in tal senso dal preside, voi ve la sentireste di scagionarla da qualsiasi responsabilità personale? Fareste le stesse faccette scocciate di fronte ai titoloni de "La Repubblica"? Invochereste il linciaggio mediatico? Probabilmente no. Ne vorreste parlare quanto più possibile perché è questo che fanno le società. Si interrogano, ragionano, per costruire insieme dei valori e dei controlli condivisi in maniera da prevenire in futuro storture, deviazioni e disastri. E se vale per una classe di 20 bambini perché non dovrebbe valere per una nave con quattromila persone a bordo che costa quasi un miliardo di euro?
Ho brutti ricordi dei traghetti, per un evento traumatico di quando ero piccina. Il mare?Solo spiagge pulite, meglio se con ghiaia o sabbia bianca e poco affollata.
Patù ogni tanto ti piaglia sta cose di bianco o nero, di qua o di la. Sinceramente non la vedo in maniera così netta. Se uno dice, tizio caio ha delle grosse anzi enormi responsabilità ma non scordiamoci che la Costa Crociere l’ha selezionato e gli ha messo in mano una nave da milioni in mano, non è che nega le responsabilità di caio vuole anche ricordare che c’è forse in tutto il meccanismo qualcosa che non va. E’ un andare dal particolare al generale e viceversa. Se si vuole sottolineare (cosa che sicuramente non capita solo ora) che forse i media in Italia dovrebbero fare un miglior servizio al cittadino non significa che l’accanimento mediatico non porterà dei risultati al fine della fiera. Forse proprio perchè ne scrivono e il dibattito è acceso allora si discute, ci si confronta e si arriva ad una conclusione. Come ti ho scritto altrove, mi ha urtato che subito molti si sono buttati in giudizi a dir poco assurdi, pochi si sono chiesti: ma io nel mio piccolo sono vile?sono responsabile nel mio lavoro?Sembravano tutti santi scesi in terra. Trovo che certi eventi ci dovrebbero far riflettere, che non avvengono proprio per caso. Certo, non nego assolutamente, sono state messe a repentaglio delle vite umane e alcuni sono purtroppo morti, ed è estremamente grave. Infatti il mio ultimo pensiero a quelli che non ci sono più con una canzone
ops è partito il pulsante prima di riuscire ad inserire il link…scusa
Seconda navigazione di Roberto Cacciapaglia:http://www.youtube.com/watch?v=jJVOo4YjjH4
secondo me chiedersi se nel proprio piccolo si è responsabili nel proprio lavoro è una pratica sana e forse storie come questa aiutano pure a maturare una “consapevolezza collettiva” riguardo alla leggerezza con cui a volte si prendono certe decisioni. detto questo, io non credo abbia senso chiedersi cosa si sarebbe fatto in quella situazione, semplicemente perché né io né tu, né tanti altri che conosciamo fanno di mestiere i capitani di lungo corso. è quello che ho provato a scrivere nel post: ognuno deve avere nel proprio ambito un insieme di competenze e responsabilità ed essere capitano di una nave da crociera comporta la responsabilità dell’incolumità delle persone che stai trasportando. se salgo su una nave ho tutto il diritto di aspettarmi che chi la conduce sia preparato, sobrio, freddo, capace e in grado di gestire un’emergenza anche rischiando in proprio. è pagato per questo. se non ci riesce, per qualunque motivo, è giusto che ci si interroghi sul perché, su come fare ad evitarlo in futuro, su come vengono scelte determinate persone e personalità per fare un lavoro così delicato. dare la colpa ad altri, entità superiori, i soliti cattivoni delle corporation, mi sembra un modo alla volemose bene di parlare di certe cose, per cui si è sempre de-responsabilizzati, perché ingabbiati in un sistema che ci obbligherebbe a fare e dire certe cose. e’ la stessa cosa che fece la jervolino a napoli quando scoppiò una delle ultime emergenze rifiuti nel 2008. La colpa non era sua. Lei lo aveva detto a Prodi che c’erano dei problemi e si sentiva in pace con la coscienza. Ai tempi qualcuno provò a parlare di capro espiatorio anche per lei. Ma era completamente fuori strada. Ne sono ancora convinto.
Magari la vita imitasse davvero l’arte. Mi sa che potresti mandare il cv a blob.
Comunque, senza nulla togliere a Melville, in tema di capitani, il mio riferimento culturale era e rimane questo
…”What is it, what nameless, inscrutable, unearthly thing is it; what cozening, hidden lord and master, and cruel, remorseless emperor commands me; that against all natural lovings and longings, I so keep pushing, and crowding, and jamming myself on all the time; recklessly making me ready to do what in my own proper, natural heart, I durst not so much as dare? Is Ahab, Ahab? Is it I, God, or who, that lifts this arm? But if the great sun move not of himself; but is an errand-boy in heaven; nor one single star can revolve, but by some invisible power; how then can this one small heart beat; this one small brain think thoughts; unless God does that beating, does that thinking, does that living, and not I.
By heaven, man, we are turned round and round in this world, like yonder windlass, and Fate is the handspike. And all the time, lo! that smiling sky, and this unsounded sea!”…
P.S Hai notato come tutti i capitani veri hanno la cicatrice in volto?
Schettino mica ce l’ha!