La banalità del meglio

Katalin è una mia collega ungherese. Fa il mio stesso lavoro, solo che lei lo fa a Budapest. Quindi ci sentiamo spesso al telefono e qualche volta capita pure di incontrarsi, quando lei viene a Norimberga o quando io vado a Budapest. I miei colleghi ungheresi son tutte persone molto preparate e Katalin lo è in particolare. E’ molto brava nel suo lavoro. Ogni tanto mi chiama per chiedermi consiglio dato che secondo lei riesco spesso a trovare soluzioni diplomatiche a situazioni intricate (parole sue, bontà sua). Katalin è una di quelle persone su cui la sfiga sembra essersi concentrata in quella maniera così crudelmente dissimetrica da farci sembrare tutto terribilmente insensato a guardarlo da fuori. Le son capitate cose orribili e tragiche. Eppure, riesce sempre ad affrontare la vita con un’armonia e una serenità d’animo che io, per esempio, non riesco a ritrovare in molte persone (me compreso) che son state infinitamente più fortunate di lei. Katalin mi dà sempre l’impressione di stare meglio di tanti altri che conosco, ma meglio davvero, nonostante le tonnellate di dolore che le son capitate addosso. E mi fa sentire un pò in colpa – ogni volta che le nostre chiacchierate deviano dalla stretta aderenza alla quotidianità del lavoro – per tutte le volte in cui mi son lamentato o mi son pianto addosso per delle fesserie immonde. Una volta una persona che mi ha insegnato parecchio mi ha detto che la saggezza si conquista con la serenità che deriva dall’essere integri. Non credo di aver ancora capito cosa volesse dire davvero. Ho sempre creduto che si possa essere saggi e disonesti al tempo stesso. Però a volte ho la sensazione di sbagliarmi. A volte ho la sensazione che sia tutto molto più semplice e banale di come ce la raccontiamo. Spero tanto che Katalin abbia una vita meravigliosa da qui in avanti.

Al limite mi cacciano…

Il testo di un mio intervento rivolto ai miei compagni di partito. La questione era: fra un anno si vota…e noi che facciamo?

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Cari tutti, provo ad offrire due o tre pensieri sparsi sulla questione, avendoci riflettuto un pò in questi giorni. Non nego che, di fronte agli eventi recenti e alle risposte (non risposte) date (non date) dalla segreteria a tali eventi, ho avuto la tentazione di chiedermi che senso avesse continuare a far parte di questa esperienza politica o – in un senso più generale – se non si dovesse considerare di fatto conclusa l’esperienza del pd come lo abbiamo conosciuto in questi cinque anni.

Provo a spiegarmi. Io credo che gli eventi “macro”, quelli che han portato alla crisi economica globale ci abbiano costretti a giocare ad un gioco più grande di noi. Io non credo che l’attuale segreteria sia in grado di gestire la sfida per come è con una capacità strategica. Lo dico sinceramente a tutti i compagni che han votato la mozione Bersani all’ultimo congresso. Mi sbaglierò ma io non credo che le brave persone che stanno dirigendo il partito in questo periodo storico siano all’altezza della sfida che i tempi propongono. Non lo sono per motivi biografici, anagrafici e “filosofici”, ma soprattutto non lo sono perché per motivi di contingenze storiche e di interessi politici, han lasciato irrisolto il nodo della genesi del partito. Diciamoci la verità: a distanza di cinque anni dal 2007 ancora non si è riusciti a trovare una sintesi efficace fra socialdemocrazia e liberalismo democratico. Oramai non si contano più i casi in cui, fatti fermi alcuni principi, come dire, “universali”, si preferisce non affrontare discussioni su cui è più la paura di toccare nervi scoperti che la motivazione di promuovere quella discussione per dare forma al futuro. Ma dare forma al futuro è la ragione fondante di un partito progressista, sennò che ci stiamo a fare?  Stiamo soffrendo da troppo tempo oramai una forma di mite involuzione su noi stessi, chiedendoci sempre le stesse cose a furia di ragionare su circoli viziosi, come quello sempre più irrisolto delle alleanze, senza aver prima risolto il problema strategico fondamentale: cosa vogliamo dal futuro? Senza questa visione, senza avere un’idea di cosa sarà la società italiana ed europea nei prossimi x anni,  non si va molto lontano nello sforzo di elaborare una proposta. Per avere una visione del futuro bisogna essere competenti, mi dispiace ma non c’è altra via. Bisogna avere persone capaci e lungimiranti. E noi forse abbiamo solo persone capaci. O meglio, abbiamo persone capaci a cui la lungimiranza è praticamente vietata dal loro essere invischiati nella cultura del tatticismo ad ogni costo, nell’inseguire ora l’avversario ora l’alleato facendosi trascinare sui temi e sulle problematiche in agenda in maniera del tutto contingente e asfittica. Ma non è già assurdo che il partito di maggioranza relativa si faccia dettare l’agenda dalle componenti minoritarie? Fino a che non si troverà la sintesi di cui sopra, dubito che i nodi delle alleanze verrano sciolti, e sono consapevole di dire una banalità. Prendete per esempio il pareggio di bilancio: è stato votato in massa dai nostri parlamentari, salvo poi disseminare rivoli di distinguo sulla stampa, ogni volta che veniva nominato il fiscal compact. La domanda è: ce lo possiamo permettere? Dato che non stiamo parlando solo di formule vuote ma di decisioni di politica economica che poi avranno effetto sulla spesa pubblica e quindi sulla vita della gente, sulla qualità delle scuole che frequenteranno i bambini , così come su quella degli ospedali , solo per dirne un paio. Se questo punto di sintesi è già stato trovato – perché in effetti su “Repubblica” non si scrive, ma questo è il caso!! – allora vogliamo farci carico di comunicarlo in maniera efficace? Se riteniamo che la spesa pubblica debba essere gestita in maniera più oculata di quanto è stato fatto finora, diciamolo ma diciamolo in maniera che si capisca qual’è la nostra idea di futuro. Risparmiare per morire di fame non è mai stata una strategia vincente. Detto questo, ci ho ragionato un bel pò e alla fine io sono anche convinto che – pur con le limitazioni che ho citato –  l’attuale segreteria ha fatto l’unica scelta possibile quando ha deciso di appoggiare questo governo. E ne sono convinto per un fatto puramente aritmetico. Ne sono convinto per i seicento miliardi di Euro di debito pubblico che son scaduti ad Aprile. Ne sono convinto perché – al di là dello scontro fra varie teorie economiche – il debito era, è e rimane principalmente una questione di fiducia. E senza la fiducia che viene dalla stabilità politica, una catastrofe sarebbe stata molto probabile. Con tutte le critiche che posso muovere a questa segreteria, rimango dell’opinione che dall’essere un grande partito derivino anche grandi responsabilità e a volte grandi rospi da inghiottire. E secondo me, e lo ripeto che non sono un superfan di Bersani, questo è stato già un modo di dire all’Italia se siamo carne o pesce.

Se questa cosa non piace a SEL e a Di Pietro non è un problema mio. E’ fondamentalmente un problema di SEL e di Di Pietro.  Nel senso che è un loro problema trovare il modo di comunicare la loro proposta politica alternativa in maniera efficace, tanto efficace da farli uscire dalla loro dimensione minoritaria.  Governare l’Italia non è fare il sindaco di Milano e nemmeno il presidente della Puglia. E’ un altro campionato. Un altro sport. E per giocare in questo campionato di questo sport potrebbe (sto usando il condizionale, non lanciate ortaggi, please!)  anche verificarsi lo scenario per cui avremo bisogno di allargare la nostra proposta a quella componente vastissima di elettorato italiano che è sostanzialmente, profondamente, radicalmente ancorata su valori, concezioni e aspettative moderate. Potrebbe essere necessario allearsi con loro. Dipende da che futuro vogliamo costruire. E come vedete, sono tornato a bomba al punto di partenza.  Io vi consiglio un giro sul sito di prossima italia: http://www.prossimaitalia.it/ io personalmente ho deciso di partire da lì.

Post un po’ lungo ed eretico

Un po’ di pazienza, per favore, è un post un po’ lungo…che comincia con una premessa. Doverosa.

Repubblica ho smesso di comprarlo anni fa. Un po’ perché in Germania costava troppo, un po’ per la deriva EzioMauresca ha peggiorato il peggiorabile, non so quanto scientemente, per cui pure leggerlo è diventata sempre più una fatica e ci son cose molto più fighe e interessanti da fare nella vita. Eppure Repubblica è il giornale su cui mi sono formato un minimo di coscienza civile, ai tempi, da liceale che assisteva inerme e un po’ inconsapevole alla maturazione delle pustole democristo-camorristo-craxiane che si stavano mangiando a bocconi succulenti la terra in cui vivevo. Repubblica era il giornale su cui scrivevano Beneamino Placido e Giorgio Bocca, Massimo Riva e Giuseppe Turani, Alberto Ronchey e Miriam Mafai. Era il giornale che mi fece scoprire Tiziano Terzani e Stefano Benni. Lo compravo prima di entrare a scuola, quel cesso di liceo di merda che frequentavo, spreco di risorse pubbliche atto a far vegetare una maggioranza di insegnati incapaci e ignoranti, braccia rubate alla siderurgia e all’economia domestica (e se la Fornero per punizione togliesse loro la pensione domani, stapperei una bottiglia di champagne: altro che esodati, all’inferno devono andare). In quel panorama triste di gente bolsa guidata da priorità meschine, il cui unico affanno era far passare il tempo nella maniera meno disturbante possibile per portare a casa una pagnotta malmeritata, avere qualcosa di decente da leggere era una specie di necessità, un’impellenza intellettuale, un’evasione nell’innocenza a portata di mano: bastava attraversare la strada. Mi ricordo che lo divoravo, il giornale, dopo pranzo prima di fare i compiti e poi la sera, se non andavo in piazza – ah la piazza – a concupire stronzette post-paninare che se la tiravano oltre il dovuto. A me sinceramente dispiace, che Repubblica sia diventato quello che è diventato, che abbia rincorso l’involuzione qualitativa verso il basso di tutta la stampa italiana a grande diffusione. Mi dispiace che sia diventato un così brutto giornale. Ogni tanto mi capita di prenderlo, quando viaggio in aereo e c’è lì gratis, e lo sfoglio un po’ e inizio a scuotere la testa. Perché è davvero brutto. Io non so dove abbiano studiato i grafici che lo compongono, non so perché in Italia bisogna mettere quelle foto di politici di mezza tacca a grandezza cartonato e scriverci intorno paragrafi non allineati, non so perché il gossip politico inconcludente delle scemenze riportate da sotto-sotto-sotto-segretari meriti dieci pagine in apertura. Non capisco i titoli, il sensazionalismo, i virgolettati ad minchiam, le campagne di coinvolgimento dei suoi lettori narcisisti in proteste strumentali. Non capisco gli errori ortografici della versione online, il paraculismo con cui si selezionano quelle boiate da box laterale. Non ho capito tutta quella manfrina moralistica delle "dieci domande", e pace all’anima di Peppe D’Avanzo che era una brava persona, e tutta la campagna, a la Novella 2000, di pubblicazione delle intercettazioni di Nicole Minetti: le ho ascoltate anch’io, lo confesso e non ho capito il senso di spacciarsi per il quotidiano liberal-democratico di sta ceppa e pubblicare contenuti a la "Cronaca Vera". Repubblica ho smesso di comprarlo anni fa. E dubito che tornerò a comprarlo.

Premessa fatta.

Ora, un po’ di storia

E’ successo che la settimana scorsa qualcuno ha scovato un vecchio articolo di Sandro Viola, datato 1992, in cui il giornalista attaccava dalle colonne di Repubblica, nientemeno che Giovanni Falcone. L’articolo è qui

Il blog da cui l’ho preso è uno di quelli che spesso meriterebbero una citazione nella mia rubrica Darkside, però è uno dei pochi a cui va dato atto di aver pubblicato l’articolo intero, scannerizzato, e non un sunto interpretativo, come han fatto altri. Il post potete leggerlo da voi e farvi la vostra opinione. Io provo a raccontarvi la mia:

L’articolo di Viola risale al periodo in cui Falcone stava lavorando a Roma, pochi mesi prima della sua morte, dove era stato richiamato dall’allora ministro della giustizia – vi ricordate chi era? – dai su è facile…Claudio Martelli. Martelli era socialista, delfino di Craxi (lo so, le sapete queste cose). Martelli aveva avuto, insieme a Falcone un’idea semplice ma allo stesso tempo rivoluzionaria: centralizzare la lotta alla mafia dando risorse a una struttura centrale, appunto. L’idea scaturiva da una visione mutata di quali dovessero essere i mezzi per combattere le mafie in maniera più efficace. Era una buona idea? La storia sembrerebbe aver dimostrato di si, visti i risultati – comunque considerevoli – ottenuti negli ultimi vent’anni. Era un idea condivisa dalla maggior parte degli "addetti ai lavori"? Sicuramente no. Anzi, in molti la osteggiarono nel merito, fra questi lo stesso Paolo Borsellino, che la riteneva controproducente. Molti usarono la vicinanza fra Falcone e Martelli in maniera strumentale, primo fra tutti il PCI/PDS, i cui membri si industriarono a preparargli polpette avvelenate nel CSM con una solerzia considerevole. Anche i politici di "centro-sinistra" gli diedero addosso con una certa veemenza. Leoluca Orlando, che aveva attaccato ferocemente Falcone durante una puntata di Samarcanda accusandolo – come al solito senza prove – di aver tenuti nascosti dossier su crimini eccellenti, dopo la morte di Falcone disse: «L’isolamento era quello che Giovanni si era scelto entrando nel Palazzo dove le diverse fazioni del regime stavano combattendo la battaglia finale». Ecco, secondo me, Orlando dovrebbe vergognarsi finché campa di queste parole, altro che farlo sindaco di Palermo, ma è solo la mia opinione, quindi passiamo avanti.

Il presunto presenziassimo che Viola imputa a Falcone nel suo articolo nasce in questo contesto e non in altri. E’ una tattica comunicativa comprensibilissima: quella di guadagnare quanto più consenso possibile intorno all’idea della superprocura, coinvolgendo l’opinione pubblica attraverso una presenza mediatica capillare. Io non ho prove di quel che affermo, ma ci scommetterei che la strategia comunicativa fu decisa di concerto con Martelli e sulla base del presupposto che quanto più Falcone guadagnasse consenso fra il pubblico, tanto più si sarebbero potute disinnescare tutte le resistenze, i veleni e le invidie che il magistrato si stava attirando. In questo contesto, la scelta di campo di Repubblica ai tempi fu molto chiara: dai addosso ai socialisti, non importa come. All’inizio degli anni novanta Repubblica era in guerra con Craxi per diversi motivi. Provate ad andare in archivio e a rileggervi i resoconti dai congressi del PSI. Vi renderete conto che la posizione di Repubblica verso il PSI non era molto diversa da quella che ha repubblica oggi nei confronti del PDL. E l’articolo di Viola nasce in quel contesto. E non in altri.

La parola contesto, secondo me, è fondamentale per esprimere un giudizio storico o politico su queste vicende: è la pietra angolare di tutto il ragionamento che sto provando a fare, spero si sia capito fin qui. Tuttavia, anche a prescindere dal contesto, c’è tutto un problema metodologico che vedo nell’approccio che viene usato da molti oggi per portare una tesi secondo me sbagliata.
Mi spiego: l’articolo di Viola viene citato e usato dai blogger che l’hanno diffuso per sostenere la tesi dell’incoerenza de La Repubblica. Si dice: come fa Repubblica a dire che Falcone era stato lasciato solo se loro erano fra quelli che l’hanno infangato quando era in vita?

Ecco, secondo me questa tesi è sbagliata. E’ una tesi tipica del modo di ragionare simil travagliesco che si basa sullo scovare affermazioni contraddittorie per applicare per induzione conclusioni generali sulla credibilità di chiunque. Se ieri hai detto A e oggi dici B questo basta a fare di te un incoerente, nella migliore delle ipotesi, o un bugiardo nella peggiore.

Ma, al di là del modo, secondo me la tesi è sbagliata pure nei contenuti. Innanzitutto, gli articoli che ho letto in merito al pezzo di Viola parlano tutti di fango. Viola avrebbe infangato Falcone. Ora, la leggerezza con cui si usano le parole, un altro problema fondamentale del citizen journalism, mina già di per se la credibilità di quello che si legge. Infangare, verbo ampiamente abusato, in senso traslato significa disonorare una persona. Ecco, secondo me, non è quello che fa l’articolo di Viola. Viola dà del presenzialista a Falcone e questa è una critica legittima e – volendo essere proprio onesti – fondata. Viola parla del presenzialismo dei giudici in tv e – opinione mia – anche questa è una critica su cui si può essere d’accordo o no ma io, personalmente, vedendo oggi Ingroia in Tv potrei addirittura sottoscriverla. Le ragioni e i moventi per determinate scelte comunicative possono essere molteplici e sicuramente non le conosco tutte, ma posso essere legittimamente dell’opinione che un giudice, per il semplice fatto di essersi scelto una professione molto delicata, debba rinunciare a dire la sua sui media tutti i giorni. E se esercito questa critica, certo si può discutere sull’uso di certi aggettivi, non sto infangando qualcuno e certo non sono moralmente responsabile di nient’altro che del fatto – al limite – di aver espresso un’opinione, magari infondata, magari stupida, magari strumentale.

Vi faccio un altro esempio. Mettiamo che io, oggi, dicessi di Roberto Saviano che i suoi articoli son scritti male, che è diventato ripetitivo e che si lascia strumentalizzare con troppa facilità. Mettiamo che io scriva che l’ultimo programma fatto con Fazio è stato di una noia mortale. Ecco, potreste dire che lo sto infangando e usare quello che dico contro di me, nel caso la camorra lo assassinasse (non sia mai!!!) e io perciò esprimessi il mio cordoglio e la mia indignazione? Perché è lo stesso che si sta facendo con un articolo uscito su un giornale vent’anni fa per giudicare quello che quel giornale scrive oggi. Ed è una cosa sbagliata, perché mette sullo stesso piano il veleno di chi ti pugnala alle spalle, il tritolo di chi ti fa saltare in aria e le parole di chi ti critica. E non si fa, a meno che chi parla, chi ti avvelena e chi ti faccia saltare in aria siano la stessa persona. Non si fa. E’ sbagliato, anche da un punto di vista logico. Perché Repubblica non è Viola e Viola non è la Mafia. E Falcone l’ha ucciso la Mafia, non le parole. Probabilmente l’articolo di Viola Giovanni Brusca e Totò Riina non l’hanno nemmeno mai letto. Probabilmente in molti si son pentiti di ciò che han detto, scritto e fatto in alcuni momenti critici della nostra storia recente. Probabilmente persino Orlando prova il rimorso di essere stato così duro con Falcone quando era vivo. Però non si può usare un cratere sull’autostrada come ricatto morale per smettere di applicare l’esercizio della critica e il diritto di criticare. Non si fa. Non va bene.

Dull Boys

Al lavoro sto supervisionando uno studente che sta facendo la tesi da noi. Non vedo l’ora che finisca. Non perché il compito in se non mi piaccia. L’argomento su cui deve scrivere la tesi mi interessa e in generale mi piace seguire gli studenti: è una parte divertente delle mie giornate. In genere. Perché questo proprio non lo reggo. E’ più forte di me: mi deprime. L’idea di avere ventitré anni ed essere così noiosamente privi di iniziativa e passione mi mette tristezza. E’ fondamentalmente un problema mio, lo so, ma in genere le persone che non ci mettono del loro in quel che fanno, io le detesto. A ventitré anni si dovrebbero avere delle smanie utopiche assurde, delle idee, non importa quanto stupide, la voglia di fare impressione al mondo con la propria specificità, anche un pò di quell’arroganza incosciente di chi crede di poter fare una differenza, non importa quanto illusoria sia una simile convinzione. Alla fine c’è tempo tutta una vita per farsi deludere. Invece questo proprio per niente. A volte mi dà l’impressione di concepire la vita come un’incombenza tedìosa attraverso la quale si deve passare per forza prendendosi cura di lasciare meno tracce possibili durante il cammino. Parlo con lui e sento l’impulso di prenderlo a schiaffi come terapia d’urto per stimolarlo almeno a mandarmi affanculo. Non so se sia stato il paesello da dove viene o l’educazione maturata in una di quelle merdosissime parrocchiette in cui dev’essere cresciuto a generare un simile mostro di piatta apatìa senza sogni. L’altro giorno l’ho sgamato che guardava un video su you tube: quello del rospo seduto su una panchina in una posizione simile a quella di un essere umano. Ghignava (lo studente, non il rospo) il che, nella sua incongruenza, mi è sembrato per un attimo come un buon segno. Come se Giuliano Ferrara andasse in TV a dire che vuole prepararsi a correre la maratona di New York: grottesco ma in qualche modo incoraggiante alla speranza che tutto è possible a questo mondo. Chissà, magari mi sbaglio. Magari è davvero solo un problema mio. Però non vedo l’ora che finisca.

Schmerzgrenze

Oggi sono stato a Berlino per lavoro. Son partito stamattina presto e son ritornato in serata. Fra una riunione e l’altra, in pausa pranzo, tutti han parlato di una sola cosa: il rinvio di sei mesi dell’apertura dell’aeroporto di Shönefeld.
Una vergogna, una catastrofe, assurdo, ma dimmi tu, ma che figura di merda che han fatto. Ma come si fa. Ma dove andremo a finire.
Tutti così i commenti. Tutti a lamentarsi esterrefatti e indignati.
Indignazione che – anche se vivo qui da sei anni – continuo a non comprendere appieno, quando si manifesta così forte per cose così.
E’ una questione di "Schmerzgrenze", di soglia del dolore. Se la tua soglia del dolore è bassa, basta un niente a farti gridare.
Se sei sensibile, basta pochissimo a ferirti.

(please don’t) hang the blessed dj…

La primavera era esplosa da poco ma già sfolgorava intransigente. Ci siam trovati tutti lì quel pomeriggio – ché erano arrivati in un bel pò a Monaco manco si fossero dati appuntamento – perché volevamo salutare  Tim che si sarebbe trasferito in Grecia di lì a poco. Era una specie di festival. Avevano montato un gazebo gigante nel parco e mandavano un dj set. La dj, mi dissero, era svedese e si chiamava Ida. Era molto brava e molto figa. E rimanemmo quasi tutto il tempo incantati dallo spettacolo di quella primavera, di quel parco, di quel ritmo, che aveva una sua efficacia oppiacea e ottundente. La musica era perfetta per l’occasione. Almeno per me. Perché per un attimo mi diede come un abbrivio per mollare le menate e sospendere i crucci su quello che sarebbe successo. La vita sarebbe cambiata di lì a poco. Per Tim, per me, per tanti. Dev’essere questo che intendono quando dicono che la storia siamo noi. Rimanemmo in una zona circoscritta a lato della pista sotto il gazebo a cazzeggiare godendoci lo spettacolo della bellissima dj che ci faceva ondeggiare. Di ballare non se ne parlava. Troppo caldo. Però ondeggiare si. Chiacchierando e ridendo e bevendo roba mischiata. Son belli i DJ set. Fatela l’esperienza, una volta o l’altra.

Cacchio, son passati già tre anni

Sulla mobilità e sul non esserci

E’ passato più di un mese dal mio ultimo post. In un mese succedono un bel pò di cose, si sa.Purtroppo (o magari, per fortuna, dipende dai punti di vista) devo interrompere la narrazione personalissima e sgangherata che stavo provando ad abbozzare sul tema del Lavoro (maiuscola intenzionale).
I motivi di questa interruzione dovrei poterli chiarire – se tutto va come deve – fra qualche mese.

Volevo solo chiedervi scusa per l’interruzione ma, come da incipit, in un mese succedono un bel pò di cose.

Nel frattempo, se mi perdonate e avete ancora voglia di passare da queste parti, il blog tornerà alla sua solita, inconcludente, sciancata e sgrammaticata facezia.

Sulla fissità e sul divenire 7 – Lettera a F.

Ok. Tergiversare mi sembra inutile. Diciamocelo chiaramente. Io non posso continuare a raccontare questa storiella, che è anche una storia di sofferenza e frustrazione, senza aver chiuso il conto in sospeso che ho con te.
Caro F. Tu non lo sai, o forse hai fatto finta per tutti questi anni di non saperlo, ma tu sei stato – tu e quelli come te – l’origine prima di un mio dilemma etico fondamentale. Io son cresciuto, ho imparato, mi son formato provando a coltivare un’anima progressista. Una coscienza del ruolo della società, dello stato, del rapporto fra le classi, che parte dal presupposto che chi ha buona volontà può migliorare il mondo in cui si vive, per cui ciò che viene dopo è meglio di ciò che c’è stato prima. Qualcuno mi ha insegnato, o forse sono così di carattere, che fare bene il proprio lavoro, provarci almeno, è un valore di per se e pure una testimonianza. Io mi ricordo mio nonno – per dirti – con la sua tessera del PCI, che mi diceva fiero che gli operai comunisti dovevano essere sempre puntuali e migliori degli altri perché pure quella era una dimostrazione del fatto che il proletariato era meritevole di trionfare. Lui mi diceva che dovevo essere più bravo degli altri, che dovevo studiare e trovare un lavoro che mi piacesse. E quell’imprinting etico me lo sono portato sempre appresso, convinto che avrei dato il mio contributo al miglioramento del mondo. Ho studiato e ho trovato un lavoro, ero convinto di trovare non dico una classe operaia illuminata dal fulgore della coscienza (ché nel frattempo mio nonno era morto e il muro di Berlino era crollato) ma quanto meno gente cazzuta che avesse delle idee, dei principi, una coerenza di fondo. E invece ho conosciuto precari che votavano per alleanza nazionale e te. Fra gli altri. Non ti offendere. Ti prendo ad archetipo sapendo benissimo che non sei solo. Mio nonno ti avrebbe preso a calci in culo, caro F., ma a te che te ne fotte. Io lo so: non te ne fotte niente. E io ti odio. E ti ho odiato. Nonostante a tratti tu mi sia stato pure simpatico, lo ammetto. Il dilemma etico che mi hai instillato, col tuo fancazzismo pecoreccio mi ha dilaniato per anni, perché mi chiedevo quale potesse essere anche una sola ragione plausibile per stare dalla tua parte, la parte di chi prende un salario, e non dalla parte opposta, quella dei padroni. Io mi ricordo ogni episodio, ogni momento, ce l’ho stampato qui nella mente. Perché diciamoci la verità: tu, caro F. nel conflitto sempiterno fra capitale e lavoro di certo non eri il capitale e di sicuro nemmeno il lavoro. Semplicemente perché non lavoravi, a meno di voler considerare lavoro il tempo inutile che passavi fra due timbrature di cartellino, quel tempo in cui il tuo movente primo era quello di prendermi per il culo, a me che c’avevo il compito merdoso di essere il tuo superiore. Mi prendevi in giro, credendo forse che io fossi un idiota, e forse lo sono stato e forse ho fatto rivoltare mio nonno nella tomba, quando non ho denunciato le tue stronzate, quando ho fatto finta di non sapere quanto falsi fossero i tuoi certificati medici e le tue scuse. La verità è che mi facevi tristezza: mi faceva tristezza la tua vita, il tuo abbonamento a sky, il tuo cazzeggiare continuo, la tua anguillesca insipienza. Mi facevano tristezza le tue battute e le tue frecciate. Perché vedi, caro F., per me tu sei uguale a un dentista che non rilascia la fattura. Siete la stessa merda, tu e lui: la stessa schifezza. Mi vi immagino in epoche remote, uno il boia e l’altro il tirapiedi e per quanto mi sforzi e mi sia sforzato negli anni di non prendere la parte dei padroni, che mi fanno schifo uguale a quanto mi fai schifo tu ma per altri motivi, continuo a non trovare ragioni per difenderti o giustificarti. Non me ne fotte niente di cosa ti sia successo per farti diventare quello che sei. Perché mio nonno aveva ragione: non hai diritto di lottare se non hai dimostrato di essere integro. E tu integro non lo sei, caro F. Lo so che non te ne fotte niente. Lo so che troveresti mille scuse adesso per giustificarmi la tua autoindulgenza. Ma ti sbagli. Perché l’integrità e l’etica non sono solo cose che si predicano. Si vivono. Anche dolorosamente, a volte, ma si vivono. Tu caro F. e quelli come te, e siete in tanti purtroppo, siete la pubblicità negativa più lampante contro il mantenimento dell’articolo 18. Tu, e quelli come te, in un paese e in un mercato che ne lascia fuori uno su quattro fra i tanti che potrebbero dedicare energie e intelligenza e passione contribuendo al progresso di questo fottuto paese, state commettendo un crimine perché mancate di rispetto a quelli che son rimasti a casa, che non avranno mai i vostri privilegi, le vostre tutele, il vostro stipendio, la vostra pensione. Al posto tuo doveva esserci un altro più meritevole di te, caro F. E forse anch’io avrei lavorato di meno e meglio. Ma così non è stato. Siete in tanti ma, fortunatamente, non siete la maggioranza e almeno , grazie a questo semplice fatto, mi viene un pò più facile scegliere da che parte stare. Di sicuro non dalla tua. Mio nonno mi prenderebbe a calci in culo.

Sulla Fissità e sul divenire 6 – Lettera a Johnathan Franzen

Caro Johnathan Franzen,

tu non lo sai e forse non lo saprai mai, ma anche tu fai parte della storia che sto provando a raccontare. In un senso che mi risulta difficile spiegare al momento ma ci provo. L’anno scorso o forse due anni fa, non ricordo più, sono stato a Roma per un paio di giorni. Durante una passeggiata pomeridiana sono entrato in una libreria della catena Feltrinelli, precisamente quella che si trova in largo Argentina, e ho comprato il tuo romanzo: Le Correzioni. La casa editrice da cui la libreria prende il nome ha tutta una sua storia peculiare, che forse conoscerai, e dai primi anni novanta ha iniziat ad allargare il suo modello di business (cioè ha trovato un modo nuovo di far più soldi) sparpagliando in giro per il paese librerie in franchising. Per me quelle librerie han significato molto. Per la mia formazione e crescita personale e anche per la mia salute mentale, in un certo senso. Ecco, come spiegartelo con un paragone, diciamo che se Truman Capote avesse voluto scrivere oggi un racconto tipo Colazione da Tiffany con un protagonista maschile che mi assomigliasse, sarebbe rimasto tutto simile alla versione originale, a parte il sostituire Tiffany con Feltrinelli. Capisci quello che voglio dire, vero? Ci son stati momenti in cui il tedìo della vita mi ha attanagliato in maniera così claustrofobica che il mantenersi sani doveva per forza di cose passare per qualche forma di evasione. E la mia forma di evasione ricorrente era passare del tempo in libreria. Sono il primo a comprenderti quando in questa intervista evochi il piacere anche fisico che dà il contatto con l’oggetto libro. Mi ricordo i sabato pomeriggio passati in una di quelle librerie, sfogliando un romanzo di Philip Roth prima di decidere di comprarlo.

Io non ti giudico affatto un vecchio trombone per aver espresso, in questa come in altre interviste, la tua preferenza per i libri rilegati, a parte il fatto che, secondo me, contrariamente a quanto affermi, non c’è niente di più cool oggi di manifestare una simile preferenza o di rivendicare la presunta superiorità dei supporti fisici su quelli digitali. Semplicemente, tuttavia, mi sembra una discussione senza senso. Innanzitutto perché se mai si potesse parlare di un derby fra supporti fisici cartacei e supporti digitali il risultato di lungo termine sarebbe già ampiamente prevedibile. Fra qualche anno se non fra qualche mese verrà depositato un brevetto e poi un altro e poi un altro ancora e così via e magari arriverà sul mercato un supporto spesso come un foglio di carta su cui si potrà leggere tutto Infinite Jest o tutto Shakespeare. E cosa diremo allora, noi che per sfuggire al nostro spleen esistenziale, siamo cresciuti frequentando librerie che nel frattempo andavano via via assomigliando sempre più a ipermercati di cultura popolare? Ce ne faremo una ragione? Accetteremo di buon grado il fatto che nessuno dovrà più disboscare la foresta amazzonica o erigeremo barricate per essere solidali con le povere commesse della Feltrinelli che per forza di cose perderanno il loro posto fisso (che fisso non è)? E poi, sarà davvero un derby? La carta scomparirà davvero definitivamente per essere rimpiazzata da altri supporti? Io non lo so. Come faccio a saperlo, dopo aver letto tante opinioni scettiche fra le quali mi permetto di annoverare pure la tua?

Forse una cosa su cui scommetterei, dovendo farlo, è il fatto che non si tratta e non si tratterà di una battaglia mutuamente esclusiva fra supporti quanto di un evoluzione di paradigmi di fruizione. Il problema che vedo nel tuo ragionamento sta sostanzialmente nell’attenzione assoluta che presta al supporto, alla cosa (reale o virtuale che sia), al contenitore e non al modo in cui il contenuto viene fruito.

Provo a spiegartelo ritornando da dove sono partito. Il tuo libro l’ho comprato, quel giorno a Roma, perché mi era stato consigliato da persone di cui stimo i gusti. L’ho pagato circa dieci Euro e l’ho messo in borsa. Ultimamente ho viaggiato un bel po’ e il poco tempo a disposizione che mi è rimasto per leggere un romanzo è stato proprio durante i viaggi. Per lavoro devo leggere abbastanza. Di sera pure, normalmente vagolo per internet seguendo percorsi non predeterminati. Succede da anni ormai, per cui il rapporto (mio personale) con la narrativa si riduce al tempo passato in viaggio o a qualche parentesi durante il fine settimana. Per il resto, il novanta per cento di quello che leggo, sta su uno schermo. Ed è così per ragioni pratiche. Immagina per un attimo di dover stampare tutto quello di cui avrai bisogno durante un viaggio di lavoro. La tua valigia peserebbe il triplo, giusto? Ora immagina di stare leggendo una storia meravigliosa e di voler portarti il libro dietro. Fino a un po’ di tempo fa, di fronte al dilemma se mettere il libro che stavo leggendo o una camicia in più in valigia, avevo sempre optato per la prima opzione. Poi però progressivamente le cose son cambiate. E non solo per una questione di spazio. E’ cambiato il mio rapporto con la fruizione del contenuto narrativo. E qui parto con l’esempio che forse chiarirà al meglio cosa intendo. Ora sto leggendo il tuo libro, quello che ho comprato a Roma. Ne ho rimandato l’inizio per troppo tempo perché avevo altre cose da leggere ma poi l’ho iniziato e ho scoperto che su carta non ce la facevo. E non solo perché mi pesava portarmi dietro un volume di seicento pagine. Il problema era il mio rapporto coi metacontenuti. Per esempio, uno degli aspetti chiave della narrazione nel tuo romanzo è l’antinomia fra il piccolo centro del midwest in cui vivono Alfred e Enid e le città dove si sono andati a vivere i loro tre figli. St Jude da un lato e Philadelphia e New York dall’altro. Ora, immagina me che leggo il tuo romanzo e immagina che mi venga all’improvviso la curiosità di vedere dov’è St. Jude. Col metodo tradizionale (Libro di carta) dovrei prendere un appunto per non dimenticarmente e poi se sono a casa pescare un atlante o andare al pc, accenderlo, andare su internet e cercare St. Jude, per poi scoprire (su wikipedia) che è un nome di fantasia che ti sei inventato. Immagina invece adesso che io sia seduto in una sala d’aspetto di una stazione e che stia leggendo l’ebook del tuo romanzo. Mi viene la curiosità di vedere dov’è St. Jude. Schiaccio un bottoncino sul mio iPad e arrivo in un tempo infinitamente più breve alla stessa conclusione. Questa facilità, questa fluidità nel fare i collegamenti fra i concetti, è un incentivo a imparare cose nuove, ad espandere le proprie griglie cognitive. Per questo secondo me sei un po’ ingeneroso quando dici che i social network, gli ebook etc han creato un esercito di zombies intenti solo a sditalinare i loro smartphones. Ti sta sfuggendo proprio la consapevolezza che quella facilità di correlare e riconfigurare i contenuti e le informazioni è possibile solo con una tecnologia specifica e che quelli che tu definisci zombies in realtà stanno semplicemente “conoscendo”. Solo con la carta non puoi farlo, però non puoi assumere questa limitazione come una virtù aprioristica per cui se leggi un libro su una panchina sei figo e se mandi un twit sei uno Zombie. Non ti piacciono i supporti elettronici per come sono oggi? Certo, ci può stare. D’altra parte anche a me piacciono e continueranno a piacere i libri di carta, il piacere tattile e l’emozione dei ricordi di quei pomeriggi nelle librerie del centro. Anche a me piace collezionarli i libri, come a te, immagino, nel tuo fighissimo appartamento nell’upper east side. Fra qualche anno leggeremo le statistiche di vendita dei libri di carta e rimarremo piacevolmente sorpresi nello scoprire che c’è ancora un mercato, così come oggi rimaniamo a volte sorpresi nel leggere che c’è ancora un mercato – di nicchia ma c’è – per i dischi di vinile. Però fra qualche anno può darsi che un fan ti avvicini per chiederti di autografargli una copia del tuo romanzo sul touch screen del dispositivo su cui l’ha scaricato. E cosa farai, in quel caso? Ti tirerai indietro? Gli dirai di no?

Con immensissima stima,
G. I.

PS: Le Correzioni l’ho “ricomprato” in E-Book e lo sto leggendo in digitale: e’ un capolavoro. Un romanzo meraviglioso a prescindere da dove lo si legga…ma credo che questo te l’abbian già detto in tanti…

Sulla fissità e sul divenire – Parte 5

Questa non è solo la storia mia e di Massimo: l’ho detto all’inizio. Questa è anche la storia di altri come noi, molto simili a noi, della nostra stessa generazione e cittadini d’ Europa, volenti, nolenti o dolenti, dipende dai casi. Per esempio questa è la storia di Claudio e Oscar. Claudio mi viene a prendere all’atterraggio. L’aeroporto di Malaga è gigantesco e sembra nuovissimo. Si vede che non è stato ancora molto vissuto. Quando ci arrivi ti colpisce la sproporzione. Malaga non è più grande di Firenze, per dire, eppure paragonato a Peretola l’aeroporto di Malaga è  una roba da scalo intercontinentale. E’ grosso e moderno e pulito. A gennaio sembra vuoto: ci si muove nei suoi grandi spazi come pupazzetti in un quadro di De Chirico. Si capisce che è tarato sulle esigenze di chi qui ci arriva in massa in estate: tedeschi, inglesi, scandinavi, francesi, qualche italiano. L’aeroporto di Malaga serve a smistare i turisti nordeuropei verso la Costa del Sol e il Portogallo: Torremolinos e l’Algarve. Chi ci arriva per lavoro a gennaio prova un senso di spaesamento. I parcheggi sono semivuoti, c’è tanto spazio e tanto posto dappertutto. I cartelli riportano le scemenze standard che si leggono negli aeroporti in tre lingue. Tutto sembra dire: la nostra vocazione è il turismo. Claudio viene a prendermi agli arrivi per portarmi a destinazione. Lui è un nostro fornitore e ci tiene ad essere gentile. E’ venuto con la sua macchina e mi porterà lui in ufficio così potremo parlare durante il tragitto di quel che c’è da fare nei prossimi giorni. Ha più o meno la mia età e fa un lavoro molto simile al mio. Lavora per una piccola azienda che ha avuto molto successo nel suo campo. Sono in pochi e si sono ritagliati una posizione interessante in una nicchia molto competitiva. Claudio lavora sodo. E’ capitato già che dovessimo discutere qualcosa durante il weekend o la sera. Durante il tragitto mi descrive il paesaggio. Il suo ufficio sta nel parco tecnologico dell’Andalusia: un conglomerato di aziende high tech nato una quindicina di anni fa grazie a investimenti pubblici. Delle aziende che avevano iniziato, alcune han già chiuso i battenti, se non subito dopo l’esplosione della bolla delle dotcom, da poco, durante la crisi del 2008. Alcuni edifici sono vuoti e in stato di semi-abbandono. Altri invece pullulano di lucine e movimento: sono aziende iperspecializzate, che fanno cose molto particolari. Ci sono un paio di call center, pure, per servizi per il sud america, soprattutto: lavorano ventiquattro ore al giorno. Mi immagino un argentino che chiama un call center e gli risponde una ragazza con l’accetto andaluso e mi viene da sorridere. Lungo la strada incrociamo file di palazzine a schiera e villette. Molte son vuote. Disabitate durante l’inverno. Da qui si percepisce in maniera più che tangibile l’esplosione della bolla immobiliare spagnola. Claudio me lo dice che si ricorda dei prezzi saliti alle stelle nei primi anni duemila, delle imprese di costruzioni che lavoravano anche durante il fine settimana, del fatto che tutti costruivano fino a che è arrivato il crollo: il crollo dei prezzi, il crollo della domanda e il crollo dell’occupazione. In Andalusia, mi dice, ogni famiglia ha almeno un  componente con un problema di lavoro: disoccupazione, precariato diffuso. La maggior parte delle persone lavora tre mesi durante l’estate e poi è costretta ad arrangiarsi per i rimanenti nove. Le spese per i sussidi sono aumentate tantissimo negli ultimi tre anni. Mi dice che è impossibile avere la nostra età e non conoscere nessun disoccupato. Il che fa il paio con le statistiche assurde che si leggono in giro. E ricorda tantissimo la situazione del sud Italia, pure. Nella cittadina dove sono cresciuto si stima che la disoccupazione sia al 23%. E a pensarci anch’io ne conosco tanti della mia età che hanno situazioni lavorative più che precarie o che son senza lavoro. Il governo Rajoy sta provando a riformare il mercato del lavoro introducendo più flessibilità e riorganizzando i contratti con lo scopo dichiarato di arginare la disastrosa, continua distruzione di posti di lavoro ancora in atto. L’azienda dove lavora Claudio ha avuto un taglio drastico del personale negli ultimi tre anni. Da quasi cento che erano son rimasti in trentotto ma almeno son riusciti a sopravvivere, e qualcuno sta rientrando ora che le cose  sembrano andare un pò meglio. Come Oscar, per esempio. Oscar è molto bravo nel suo lavoro. E’ preparato e puntiglioso. Mi piace lavorare con lui perché sono sempre sicuro che non ti prenderà in giro con trucchetti da fornitore. Ha un approccio etico al rapporto con i clienti: gli piace lavorare bene. Oscar ha passato un anno in purgatorio. L’han lasciato a casa durante la crisi per poi riassumerlo. E lui ha iniziato a mettere in pratica un progetto che aveva coltivato senza riuscire ad attuarlo nel passato recente: si è rimesso a studiare per conseguire un dottorato. Ne parliamo la sera a cena. Mi racconta del suo progetto di ricerca: un modello statistico per simulare la distribuzione degli incidenti alle rotonde stradali. E’ stato licenziato, Oscar, e poi riassunto e ha vissuto la frustrazione comune a quelli, come me, fra l’altro, che han perso il lavoro nel periodo fra il 2008 e il 2009. Ne parliamo e trovo nei suoi commenti gran parte della mia propria frustrazione, di quella che mi ricordi, della frustrazione di chi cerca lavoro durante una recessione, in cui la domanda e l’offerta sono sproporzionatamente lontane l’una dall’altra. Ci raccontiamo dei curricula mandati in giro e delle risposte, a volte ridicole, ricevute. E oggi ne sorridiamo un pò, come si sorride di una brutta esperienza, quando è passata.