Lettera a Tim – Siamo Fatti Così

Caro Tim,
è un po’ che non ti vedo e mi mancano le nostre chiacchierate. Ti ricordi quei pomeriggi (pomeriggi comparativi, li chiamavamo) a discettare davanti a una birra (a volte anche due, tre, quattro) di quanto amassimo i nostri rispettivi paesi d’origine, dell’insofferenza che nutriamo per i loro difetti endemici; ti ricordi – non è una domanda, lo so che te ne ricordi – di quelle analisi da maxweber-denoantri sul dualismo fra etica dei principi e etica della responsabilità. L’ultima volta è successo a novembre, non faceva così freddo e il nostro Stammtisch si era trasformato in un piccolo think tank di legno noce.
In Italia era, come al solito, un periodo di “dibattito intenso” con toni, come al solito, da melodramma, a voler essere generosi, o da sceneggiata napoletana, con tutto il suo corredo di iperboli insensate e climax illogici. Poi è andata come è andata, tu te ne sei tornato a Colonia e mi farebbe tanto piacere rivederti, e probabilmente ti verrò a trovare presto. Ci risiamo, caro Tim. Da questo lato delle Alpi, mi tocca osservare di nuovo un dibattito immaturo, tutto ideologico, in cui nessuna delle parti sembra fare uno sforzo minimo per comprendere le ragioni altrui. Il modo peggiore di affrontare i problemi, figuriamoci risolverli, l’unico modo che i miei connazionali sembrano conoscere. Quello che mi irrita, e ne converrai, è che ci avete lasciati un po’ soli, a gestire una delle crisi epocali più grandi degli ultmi mille anni. Quanto ci avrebbe fatto bene il vostro aiuto, l’aiuto della Germania e della Francia, soprattutto, e non parlo di fondi europei o supporto logistico, no. Parlo proprio e unicamente di dialogo. Quanto ci avrebbe fatto bene il vostro sostegno, un confronto serio e serrato, severo e aperto su soluzioni sensate e praticabili. Invece poco, anzi niente, siamo onesti. Come sempre nelle nostre chiacchierate, anche in questa forma epistolare ed astemia (non ho birre in frigo mentre ti scrivo questa letterina), provo a raccontarti quello che è successo. Il parlamento italiano si avvia alla fine della legislatura, una legislatura che ha portato a casa risultati di gran lunga superiori alle sue potenzialità, visti i presupposti con cui era nata: il solito, sgangherato sistema italiano senza maggioranze e accountability, la solita masnada guicciardiniana di interessi particulari e corporativismi anacronistici. Molto probabilmente, le prossime elezioni le vincerà il M5S: questo fatto di per se – oltre a farmi venire una gran voglia di prendere il passaporto tedesco – è uno di quegli elementi che i politologi chiamano enabling factors for the agenda setting. La smania di recuperare terreno e consenso contro il dilagare di quell’insalata informe di populismo giustizialista e Jean Jacques Rousseau fatto di mescalina, unita alla difficolta oggettiva di affrontare una catastrofe umanitaria che per sua natura, logistica prima che politica (c’è di mezzo il mare!), è l’ultimo dei problemi che un governo qualsiasi che tenesse alla sua sopravvivenza avrebbe voglia di affrontare. Eppure deve farlo. E lo sta facendo.
E’ iinteressante e singolare, avendo la possibilità (il privilegio?) di astrarre dalle scemenze iperboliche del dibattito quotidiano, osservare come in realtà il tentativo del governo italiano di affrontare l’emergenza sia tutt’altro che di facciata. Come sai, stiamo parlando di un governo quasi provvisorio, con un’agenda tutto sommato centrista, che prova a far quadrare i conti prima delle revisioni bruxellesi e a tirare la volata alla prossima campagna elettorale, che sarà un altro enabling factor, stavolta per il mal di fegato di chiunque speri in un approccio logico e razionale nella discussione dei problemi. Questo governo ha tentato, finora con scarsi risultati, un approccio duplice: da un lato ha usato la carta della promozione dell’integrazione attraverso una riforma del sistema di ottenimento della cittadinanza, in un senso più aperto e moderno: l’ha definito Ius Soli, con una forzatura linguistica che non so quanto gli sia convenuta, a conti fatti (la legge non è ancora passata e sono scettico che passi prima della fine della legislatura), evidenziandone poi le caratteristiche di equilibrio, e così siamo arrivati allo Ius Soli Temperato. Ho letto la legge, che è sensata e fatta bene, e paradossalmente ho iniziato a nutrire dubbi fortissimi sulle sue chance di successo, per motivi che poi magari ti spiego e, anche se finora pare che quei dubbi fossero fondati, spero tanto di sbagliarmi. Dall’altro lato, il governo ha provato a ripensare il sistema di controllo e contrasto del traffico di disperati e degli sbarchi, e lo ha fatto sulla base di alcune evidenze. La prima è che nessuno dei sistemi provati finora, qualunque sia stato il nome che gli sia stato affibiato, sembra aver funzionato al 100%. Migliaia di poveri disgraziati hanno continuato a morire nel mediterraneo. La seconda è che a un certo punto, come ti dicevo, l’Italia si è sentita abbandonata. Nel frattempo la pressione interna, l’insieme degli enabling factors che dettano l’agenda, è rimasta un livello altissimo, in un paese che solo da alcuni mesi sta registrando segnali deboli di uscita da una crisi economica che è durata dieci anni, facendo danni che saranno recuperabili, nella migliore delle ipotesi, solo nel medio periodo; la speranza per le giovani generazioni di avere un futuro, con una disoccupazione giovanile a livelli venezuelani, è diventata una mera formula giornalistica. In questo contesto, l’immigrazione, con un sistema di integrazione e accoglienza che, a voler essere eufemistici, non ha funzionato, con le sue cifre drammatiche, è diventata l’elemento di disturbo più visibile, il target più palese e identificabile del malcontento diffuso. I movimenti populisti flirtano da anni con la rabbia e l’insoddisfazione e lo fanno, ovviamente e comprensibilmente, in vista della campagna elettorale che è alle porte (in Italia, c’è sempre una campagna elettorale alle porte). L’agenda del governo ne ha risentito; anche nella sua essenza di governo traghettatore verso nuove elezioni, e, ancora una volta, considerate le condizioni al contorno, il modo in cui questo governo è nato, le constituencies e gli equilibri, ha provato a implementare una risposta alla crisi migratoria che – te lo dico onestamente, senza nessuno spirito di parte – difficilmente sarebbe potuta essere diversa e, di nuovo onestamente, non so se migliore. Il ministro degli interni si è profilato, per tutta una serie di ragioni, anche di ambizioni personali, come decisionista e severo, tanto da meritarsi apprezzamenti a destra e l’appellativo di “sceriffo”. Quello che in realtà sta provando a implementare è un sistema di controllo che stabilisca dei disincentivi alle partenze, almeno nel medio termine. Qui è spiegato bene, incluso il fatto che un sistema così concepito, corre il rischio di avere, nel breve periodo, dei costi umanitari. Ciò rende questa strategia discutibile, e quando scrivo discutibile non intendo sbagliata; semplicemente dico che andrebbe discussa in una maniera più approfondita e trasparente. Se azioni e strategie di contorno per contenere quei costi umanitari esistono, al momento non è dato di conoscerle, non se ne è discusso abbastanza. Come ogni crisi umanitaria anche questa comporta il porsi di fronte a dilemmi etici, e quei dilemmi etici andrebbero discussi in un forum allargato a tutte le parti in causa, con una valutazione oggettiva dei pro e dei contra, dei numeri e delle evidenze e poi con l’implementazione, quella si severa e rigorosa, delle decisioni prese. Invece, ancora una volta, in Italia, tutto diventa una continua mistificazione degli argomenti in una polemica infinita. Come ti dicevo a Novembre, noi siamo così: prendiamo Max Weber, lo infiliamo nel frullatore e coi coriandoli che ne risultano imbastiamo un teatrino di arroganza e superficialità. Prendi l’esempio delle ONG che hanno deciso di non firmare il codice di comportamento implementato dal ministero, prendi l’esempio di Medici Senza Frontiere, che ha giustificato la sua decisione di non firmare con una lunga lettera, anche questa discutibile, e quando scrivo discutibile non intendo sbagliata. Ora, a parte che quel codice di condotta non è piovuto dal cielo, paracadutato da un deus ex machina con la felpa di Salvini, ma è stato discusso ed approvato da tutti i ministri dell’interno dell’unione e dalla commissione europea, forse, in un’ottica di dialogo, sarebbe stato meglio discuterne un po’ più a lungo, pesare gli argomenti e validare le obiezioni, legittime quanto discutibili, di chi non ha voluto firmare. La scarna presa d’atto con implicita minaccia da parte del Ministero degli Interni non sembra andare in quella direzione. Però, d’altra parte, chi non ha voluto firmare si è preso di fatto una responsabilità grande, e lo ha fatto sicuramente sulla base delle sue proprie valutazioni riguardo ai dilemmi etici che quella scelta comportava, tuttavia avrebbe potuto quantomeno provare a discutere le ragioni di chi invece ha fatto la scelta opposta, a meno di ritenere che Save The Children e MOAS operino con un’approccio meno etico di Medici Senza Frontiere. Invece, niente. Il solito derby mediatico in cui il dualismo noi-loro e la reductio-ad-Salvinum occupano qualsiasi interstizio disponibile a un dialogo costruttivo. Vedi, caro Tim, io credo che il problema fondamentale sia questa aberrazione, perché conviene troppo a tutti, in Italia, oggi. Conviene alla destra, perché grazie ad essa è riuscita a guadagnarsi una visibilità che aveva perso ampiamente, in quello che in troppi avevano battezzato troppo frettolosamente come il cupio dissolvi berlusconiano; conviene alla sinstra, perché può mascherare con generiche affermazioni di principio la sua totale inettitudine e incapacità a confrontarsi con i problemi, figuriamoci a risolverli; conviene al M5S, che rimarrà alla finestra a strumentalizzare qualunque cosa gli dia un’addizionale di ritorno elettorale; conviene agli scafisti, che fin quando la situazione sarà incasinata e senza controllo, potranno approfittare di tutte le zone d’ombra del sistema, avvantaggiandosi della buona fede e dell’estremismo umanitario di alcune ONG; conviene in minima parte anche al governo, che può mostrare un atteggiamento risoluto ed eventualmente dare la colpa ad altri, se le cose non dovessero funzionare. Gli unici a cui non conviene, sono quei poveri disgraziati che si mettono in mare con la speranza di trovare una nuova vita dall’altra parte del canale di Sicilia. Per la stragrande maggioranza, diciamocelo, non vale il possesso dei requisiti per definirsi rifugiati: sono migranti, persone che vorrebbero trovare un lavoro e vivere in Europa. A loro, non conviene il nostro essere incapaci di trovare delle soluzioni sensate ed accettabili. Non gli conviene, ai 100mila che sono arrivati in Italia nel 2017, dato che – anche grazie alla nostra incapacità – non sappiamo dove mandarli, come insegnare loro le lingue dei paesi in cui andranno a vivere, dove e come potrebbero lavorare, con quali strumenti di welfare sostenerli, come aiutarli a integrarsi nelle nostre società, a contribuire perché crescano, come fare per garantire a loro e a tutti sicurezza e serenità. Non sappiamo quante persone accogliere ogni anno e se un limite ci debba essere. Non sappiamo come “aiutarli a casa loro”, come coordinare gli investimenti e gli sforzi diplomatici, politici e militari perché l’Africa esca dal sottosviluppo. Non sappiamo quali leve usare con l’Europa, perché la nostra peculiarità, geografica innanzitutto, venga compresa ed accettata. Non lo sappiamo. Porsi queste domande, di fronte alla prospettiva che nel 2050 l’Africa potrebbe raggiungere i due miliardi e mezzo di abitanti, preferiamo evitarlo. E’ molto più comodo darsi più o meno a vicenda del fascista o del buonista, ripetendo formule stracche e slogan scemi. In realtà è una strategia: vogliamo estinguerci, morendo di noia a furia di dibattiti su cosa sia di destra e cosa di sinistra, così che tutto diventi il problema di qualcun altro. Siamo fatti così.

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About – Non c’è ritorno che non sia eterno

Tendenzialmente piccolo e occasionalmente ispirato, vivo in un paesotto vicino Norimberga il cui nome, tradotto in italiano, può significare “cammina”, ma anche “corri”. Quest’ambiguità di significato, che per puro caso è identica a quella del mio dialetto (perché anche giù da noi cammina può significare corri), mi piace molto. Trovo sempre curioso, in una maniera però seducente, quando il tedesco – lingua meravigliosa che ho avuto la fortuna di imparare un pochino – cede un po’ della sua accuratezza chirurgica, offre uno spiraglio di approssimazione e addirittura si concede un imperativo che pare lasciare una scelta: Cammina! Oppure corri, se vuoi!

In cammino o in corsa ho imparato molte cose. Credo non esista un insegnamento più laico e compiuto, sul senso della vita, dell’invito a se stessi e agli altri ad esercitare incessantemente la propria curiosità, mentre si attraversa quest’avventura.

Questo blog rinasce.

Scrivo rinasce (e non nasce) perché era già qui, anche se in una forma leggermente diversa; a un certo punto, per motivi che non credo di ricordare con estrema precisione, non mi pareva più così sensato continuare a tenerlo.

Ora ho deciso di riaprirlo, stavolta per una serie di motivi molto personali di cui preferisco non scrivere.
Credo proprio che su questo blog non leggerete mai dei fatti miei, in un senso più intimo e individuale, perché, oltre a trovarli irrilevanti, nello schema più grande delle cose, sono sicuro che tutto ciò di personale o intimo io possa raccontare finirebbe per annoiare moltissimo moltissimi e interessare molto a molto pochi, ma di quei molto pochi preferisco prendermi cura individualmente e fuori di qui.

Questo blog prova a raccontare e offrire qualche suggestione e prospettiva sulle cose su cui, nel tempo definito che ho a disposizione, riverso un interesse discontinuo e volubile o, a voler essere autoindulgenti, una passione ecclettica e oziosa.
Su quelle cose e sui quegli interessi provo, con mezzi limitatissimi, a riflettere e ragionare.

Grazie per essere passati di qui.
A presto,
itsoh

PS: il sottotitolo è una citazione di Sigmund Freud. Una delle possibili traduzioni in italiano è: “Parole e magia erano in origine la stessa cosa. “