Ciò che vorrei

Questo è il primo post politico che scrivo nel 2018 e probabilmente sarà l’ultimo per un po’.
Alle elezioni italiane mancano due mesi. Ne sono passati quasi quattro da quelle tedesche e otto da quelle francesi. In Germania non c’è ancora un accordo di coalizione e il governo continua ad occuparsi di affari correnti e poco più. In Francia c’è un governo stabile e una maggioranza parlamentare solida. In entrambi i paesi, il rischio che il governo finisse nelle mani di un’estrema destra populista e antieuropeista è stato scongiurato.
In Italia, dopo il 4 Marzo, nella migliore delle ipotesi (almeno, migliore dal mio punto di vista, cosiderate le alternative) si arriverà con uno scenario tanto instabile quanto usuale: lo stallo. A meno di sorprese significative, infatti, è difficile che una maggioranza di centrosinistra arrivi al governo. Certo, potrebbe arrivarci una maggioranza di centrodestra che, dati i bizantinismi di una legge elettorale, anche quella figlia di uno stallo sostanziale, registrerebbe una resurrezione de facto. Ciò che spero riusciremo a scampare è un’alleanza fra lega e m5s. Non sono sicuro che succederà. Vedremo.

Per noi italiani all’estero il processo si chiuderà un po’ prima, intorno al 20 di febbraio, cosa che personalmente vivo al momento come un sollievo. Sono obbligato da un impegno di militanza partitica a essere attivo in una campagna elettorale in cui – ce lo eravamo detti ed è successo – molti nodi stanno arrivando al pettine; i nodi sono il risultato di tendenze e fenomeni che vanno molto al di là dell’ambito di questa campagna elettorale e, soprattutto, molto al di là dei temi su cui tipicamente ci confrontiamo da italiani all’estero nelle campagne elettorali. A volte, la frustrazione di assistere a un dibattito su cose per cui provo un interesse molto limitato, ma che per forza di cose sono in agenda, a raggiunge livelli molto prossimi al tedìo totale.

Ciò che è successo negli ultimi anni, in Italia e non solo, è il risultato di tendenze e fenomeni epocali che le democrazie europee hanno affrontato con diversi approcci e diversi risultati. La democrazia italiana, con tutti i suoi problemi e con tutte le sue inadeguatezze, prima fra tutte una sostanziale instabilità cronica, è riuscita a tenere e persino l’ultima legislatura, considerate le condizioni in cui è nata, la sua composizione e la qualità e competenza dei suoi membri, è riuscita a scavallare uno dei momenti più difficili degli ultimi cinquant’anni, occupando quasi la metà di un decennio di crisi economica profondissima e assistendo e accompagnando, si spera definitivamente, all’uscita da quella crisi. Questa cosa, a prescindere da come la pensiate, da quale partito voterete il 4 Marzo, deve essere un motivo di speranza per tutti. Da qualche giorno (oramai settimana) sono disponibili le ultime rilevazioni dell’ISTAT sull’andamento dell’economia italiana e sono dati incoraggianti, due fra tutti: un aumento delle esportazioni rispetto all’anno precedente e l’aumento della componente di PIL che riguarda gli investimenti. Significa che le imprese italiane stanno ricominciando a lavorare e ad avere fiducia nel futuro. Una democrazia matura, chiunque governi, dovrebbe a questo punto domandarsi cosa fare per accompagnare questa tendenza, per generare i circoli virtuosi che aiutino a governarla, per far si che il futuro prossimo non ci colga di nuovo impreparati, come è successo a partire dal 2007/2008. Sta succedendo?

Onestamente, scrivo questa cosa scevro da qualunque inlfuenza collegata alla mia appartenenza, qualcosa si è provato a fare. Mi sbilancio, scrivendo che probabilmente gli storici riconosceranno ad alcuni membri del governo uscente il merito sostanziale di aver fatto cose sensate e giuste per il futuro del paese. Il primo che mi viene in mente non è nemmeno nel mio partito, si chiama Carlo Calenda e grazie a quello che ha fatto negli ultimi due anni, l’Italia potrebbe avere dei vantaggi competitivi non trascurabili. Basta quello che si è fatto? No, non basta, nemmeno lontanamente. Soprattutto non basta a colmare un divario che si è venuto a formare negli ultimi dieci anni riguardo alle competenze e alle conoscenze necessarie per governare il cambiamento che dovremo affrontare, che ci piaccia o no.

Il problema della competenza, della formazione e dello sviluppo delle classi dirigenti ma anche della sterminata classe di persone che dovrà gestire anche a livelli più bassi di responsabilità il cambiamento, sia nel pubblico che nel privato, è e sarà la sfida fondamentale dei prossimi vent’anni. Su questo stiamo ancora incredibilmente indietro; nel pubblico, nella politica, così come nel settore privato. Se dovessi indicare qual è stato il fallimento politico più significativo di Matteo Renzi, diciamo dalla fine del 2013 a oggi, credo che sarebbe proprio quello: essere stato incapace di mantenere la forza propulsiva di quella proposta, che ai tempi era – che piaccia o no – rivoluzionaria, di riformare l’idea dell’accesso alla responsabilità e della contendibilità delle posizioni di influenza. Quella forza propulsiva doveva essere sostenuta da una valorizzazione costante e quasi religiosa della competenza e del merito come condizioni necessarie. E’ stato così a tratti, in casi specifici, ma non abbastanza da garantire una massa critica che potesse influenzare, finalmente, quel cambiamento culturale di cui l’Italia ha bisogno.

Un paio di settimane fa ero in viaggio in Italia e ho ascoltato alla radio l’intervista a uno degli studenti leader della protesta contro le misure legislative per l’alternanza fra scuola e lavoro. A prescindere da come la si pensi su quelle misure e su quel progetto di cambiamento (io sono moderatamente critico, riguardo a tutto il pacchetto, ma ne condivido la ratio al 100%), a un certo punto, ascoltando quel ragazzo che aveva probabilmente meno della metà dei miei anni, mi è parso di trovarmi all’uscita della cabina di Dr Who, catapultato indietro di una quarantina d’anni. Questa sensazione di spaesamento temporale mi aggredisce spesso, quando torno in Italia. Anche questo credo sia un sintomo dell’inadeguatezza della classe dirigente di questo paese, l’incapacità di comunicare una visione che evochi l’interesse, l’attenzione, in una maniera abbastanza potente da catalizzare le energie necessarie a cambiare. Mancando questa visione, è fin troppo facile adagiarsi nella bambagia del già visto, del già sentito, di modelli vecchi e superati.

Ciò che mi chiedo, che mi sono chiesto negli ultimi dieci mesi, è se questo sia l’unico problema del mio paese, se risolto questo, quando e se lo risolveremo, andrà poi tutto a posto. Non lo so. Non credo.

Una delle frustrazioni più dolorose, facendo politica, consiste nel realizzare che i tempi che stiamo vivendo richiederebbero la capacità e la disposizione mentale per sviscerare i problemi nella loro complessità e analizzarli da diversi punti di vista prima di elaborare ricette. Invece, la schiavitù all’ideologia (che in fondo, pensateci, è solo un sintomo della pigrizia intellettuale) ci rende paradossalmente sempre più incapaci all’elaborazione e alla dialettica e sempre più proni a una discordia che scivola facilmente nel disprezzo (che invece è l’antitesi di una dialettica sana). Se disprezzo il mio interlocutore, il massimo delle energie che posso dedicare a una conversazione con lui riguarderà gli aspetti tattici e strategici per fregarlo, per fargli fare la figura del fesso, piuttosto che a interessarmi al suo punto di vista, per confutarlo o arricchire il mio ed elaborare una soluzione. Un dialogo basato sul disprezzo reciproco è, di conseguenza, nella migliore delle ipotesi uno spreco di energia. Di sicuro non quello di cui questi tempi complicati hanno bisogno.

E’ mia impressione che questa cosa dell’odio puro in politica emerga in Italia più spesso che altrove, anche se altrove è emersa con veemenza maggiore, diciamo negli ultimi tre anni, sfociando poi in Brexit, in Trump, in AFD al 14% in Le Pen al ballottagio presidenziale. In Italia, però , mi pare ci sia un rumore di fondo più diffuso, una violenza nel dibattito più marcata e trasversale, più definita e difficile da controllare. Non sono mai riuscito a capire se questa mia ipotesi sia davvero verificata e, nel caso lo sia, quali ne siano le ragioni. Certo, il successo di cui sembrano godere i toni e gli argomenti del M5S e di Salvini sarebbero già un indizio interessante. Certo, è molto difficile entrare in un bar in Germania sentire qualcuno dire parolacce contro un politico qualsiasi (a me non è mai successo, in Italia invece di continuo). Io conservo questa teoria da alcuni anni, e cioé che il fascismo sia stato per l’Italia moderna quello che il big bang è stato per l’Universo, un esplosione primordiale che ha lasciato nella società italiana un rumore di fondo ancora percepibile.

La prossima campagna elettorale non sarà immune da questo odio, il che è un motivo aggiuntivo per salutarne la fine come un sollievo. Nel frattempo, credo sia necessario che gli uomini di buona volontà inizino a riflettere sereni sul da farsi.

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Sventurata la terra ovvero storia di Andreas

Questa è la storia di Andreas. Probabilmente, chi avrà la pazienza di leggerla arrivando fino alla fine, sarà tentato di prendere una posizione, di fare il tifo per una delle parti in causa, perché questa è anche una storia di dilemmi e parti contrapposte.

Mi piacerebbe raccontarla in modo da prevenire che ciò succeda, ma non garantisco nulla.

Andreas è un omaccione corpulento e dalle ciglia folte. Ha lo sguardo intelligente del nerdone di successo e infatti ha un curriculum di tutto rispetto.

Nel tempo libero pratica il ju-jitsu, di cui è cintura nera e parla quattro lingue. Nutre simpatie ambientaliste e ha partecipato attivamente alla promozione della cultura del suo paese nel mondo. E’ rimasto vedovo giovane e ha una figlia che, quando questa storia comincia, nel 2009, è una ragazzina.
Il 2009 è l’anno in cui Andreas prende la decisione che gli cambierà la vita, almeno, per quello che ne sappiamo, finora.
Nel 2009, Andreas lavora in America, la terra che lo ha adottato,  in cui ha studiato, completando il suo dottorato in teoria monetaria, e in cui ha vissuto per una ventina d’anni, lavorando al fondo monetario internazionale.
Ad Ottobre del 2009, nel suo paese d’origine al di là dell’oceano, ci sono le elezioni generali. Il primo ministro uscente, politico di centro-destra con una carriera fin lì abbastanza brillante, in chiusura di campagna elettorale, presenta i risultati del suo governo. E’ un momento importante. Il governo uscente ha supervisionato la gestione di uno degli eventi sportivi più importanti a livello mondiale e tutto ciò che ne è derivato negli anni successivi.
Comprensibilmente, dato che si è in campagna elettorale, i risultati riportati dal governo sono rosei e brillanti.
In particolare un dato,sciorinato con enfasi anche per tranquillizzare i burocrati europei a Bruxelles, il rapporto fra deficit e pil: un 6% non brillante, ma nemmeno disastroso. Qualcosa su cui il governo uscente chiede la fiducia per poterci lavorare su per i quattro anni a venire.
Si svolgono le elezioni e il partito di cui fa parte la maggioranza del governo in carica le perde, in maniera abbastanza disastrosa.
Con le urne appena chiuse e i risultati elettorali freschi di conferma, succede però una cosa su cui in molti hanno speculato, negli anni, ma di cui probabilmente nessuno conoscerà mai il reale motivo: i numeri, quelli che il primo ministro aveva presentato al pubblico solo qualche giorno prima, vengono ritoccati al rialzo e non di poco. D’improvviso il rapporto fra deficit e pil non è più il non brillante ma nemmeno disastroso 6%, ma qualcosa che si avvicina al 13%. Scoppia una bagarre. I mercati reagiscono in tempo reale e partono le vendite dei titoli di stato, lo spread si impenna a valori mai registrati nei decenni precendenti. I cellulari dei funzionari di tutte le istituzioni europee cominciano a squillare alle ore più strane, perché nessuno ci capisce molto.
Andreas, a questo punto, prende la decisione che gli cambierà la vita: si iscrive al concorso pubblico per diventare capo dell’istituto di statistica del suo paese d’origine. Vince il concorso, battendo una concorrenza di tutto rispetto, e diventa il capo dell’Elstat, che è in Grecia quello che l’Istat è in Italia.

 Andreas lascia il suo lavoro importante e ben pagato a Washington e torna nel suo paese d’origine. Il movente che lo spinge a fare questa scelta diventa oggetto di speculazione. Probabilmente non lo conosceremo mai. D’altra parte, chi di noi può in tutta onestà identificare un motivo univoco per cui ha compiuto una delle scelte più importanti della sua vita? Dentro ci può stare tutto, dalla convinzione di potere e volere fare qualcosa di buono per il posto dove sei nato, a un pò di sana e legittima ambizione personale, a un ragionevole impulso a tuffarsi in una sfida difficile ed appassionante.

Quale che sia stata la combinazione di questi ed altri fattori, fatto sta che Andreas si stabilisce ad Atene e decide, lui che è uomo di numeri, di controllare tutti i libri, di ispezionare tutti i numeri in maniera pedissequa e trasparente. I suoi nuovi colleghi non gli fanno trovare certo un tappeto rosso al suo arrivo. Andreas, infatti, capisce quasi immediatamente di essere benvenuto come la sabbia fra le lenzuola in una notte torrida di Agosto. Non si lascia scoraggiare, nemmeno quando, durante una riunione con il suo staff, un suo impiegato gli sventola sotto il naso una sua mail – hackerata, come dimostrerà un tribunale qualche anno dopo – rinfacciandogliene il contenuto.

Andreas, realizzato il suo totale isolamento, adotta una strategia molto comune in questi casi, né più né meno di quella che adottarono Falcone e Borsellino a Palermo quando istruirono il maxi processo alla mafia: si chiude a tenuta stagna e decide di lavorare in autonomia per prevenire il rischio di manipolazioni, edulcorazioni e falsificazioni. Controlla tutti i conti, li verifica secondo gli standard internazionali e realizza ben presto che le magagne e i trucchetti di cui sono disseminati i report sui conti pubblici greci sono tali che persino le stime più pessimistiche riportate dopo le elezioni sono sbagliate per difetto. A novembre del 2010 il rapporto deficit/pil viene ritoccato di nuovo e si attesta intorno al 16%.
Magari alla maggior parte di quelli che hanno letto questa storia fin qui, questi numeri, queste percentuali, non dicono nulla. Posso capirlo. Basti sapere che se il 6% è un risultato non brillante, anzi piuttosto brutto, 16% è una catastrofe. E’ la differenza fra avere le febbre alta per l’influenza e contrarre la mononucleosi su un’isola deserta e, cosa importantissima per capire il senso di questa storia, è la differenza fra una lettera di richiamo dell’unione europea e l’implementazione a pieno regime di quelle politiche di Austerity che chiunque ha sentito nominare almeno una volta negli ultimi anni.
Ora, proviamo a immaginare il livello di pressione politica che subirebbe un ipotetico capo dell’Istat, in Italia, che avesse deciso di controllare personalmente tutti i numeri dei conti pubblici e si assumesse personalmente la responsabilità di pubblicarli, senza averli prima fatti “vidimare” dal governo, dal partito al potere, perché animato dal sospetto di potenziali manipolazioni. Ecco. In Grecia, nel 2010, è molto peggio.
Andreas viene accusato di essere un traditore. Gli stessi politici, gli stessi partiti, le stesse persone responsabili di tutte le magagne e di tutti i trucchetti che Andreas ha scoperto, iniziano ad accusarlo di aver venduto gli interessi nazionali ai poteri forti. La cosa più leggera che la stampa greca scrive di lui è che sarebbe responsabile del “genocidio dei suoi cittadini”. Il quotidiano del partito di Tsipras gli dà, letteralmente, del “boia”. Le denunce in tribunale si moltiplicano. La magistratura, quella stessa magistratura che poco o niente ha fatto contro chi ha truccato i conti greci per decenni, apre inchieste contro Andreas. Viene assolto più volte, e più volte vengono riaperte altre inchieste e altri processi. Tsipras fa apertamente campagna contro L’Elsat prima delle ultime elezioni, sostenendo che l’agenzia statistica nazionale si è macchiata del reato di aver gonfiato scientemente i dati di deficit dal 2009.
Diverse agenzie internazionali indipendenti, però, fra cui Eurostat, confermano la correttezza del lavoro di Andreas. Diverse agenzie di difesa dei diritti di libertà di ricerca scientifica denunciano i procedimenti contro Andreas come violazioni dei diritti umani. Gli editor di “The economist” fanno lo stesso. La stampa europea (quella italiana un po’ meno) si occupa del caso ed evidenzia diverse incongruenze nei procedimenti a carico di Andreas.
L’ultima assoluzione dalle accuse che gli sono state mosse risale a dicembre 2016 e l’ultima condanna ad agosto del 2017.
Nel frattempo Andreas ha lasciato il suo posto all’Elstat e se ne è tornato in America dove, al momento, fa fatica a trovare un nuovo lavoro, dati i suoi carichi pendenti.

Arrivati a questo punto, preferirei, come ho scritto all’inizio che chi ha letto questa storia non si schierasse, ma provasse semplicemente a riflettere. Io ci ho provato e, al di là del fatto che – alla fine – abbia deciso di schierarmi io stesso, credo che la straordinarietà di questa storia risieda nel suo avere una sua completezza di elementi, una sua compiuta totalità. Io la trovo formidabile e shakespeariana, quasi cinematografica. C’è dentro tutto: l’eroe tragico, l’esilio, il tradimento, le grette mistificazioni di una classe politica incompetente, il conservatorismo di chi non vuole vedere la verità, l’ipocrisia dei finti salvatori della patria, il complotto, lo squilibrio dei poteri, la testardaggine, l’insofferenza per i fatti e per le evidenze e le fascinazioni pericolose per le narrazioni facilil, il populismo, l’opportunismo da campagna elettorale, la solitudine, la paura, l’idea del capro espiatorio, il nemo propheta in patria…

Ci sono tutti questi elementi che mi ci hanno fatto interessare a un livello prossimo all’ossessione e, comunque, mi pareva una buona storia per ricominciare il cammino di questo blog.

Forse è una storia che contiene pure una morale (si, forse mi sto schierando, lo ammetto): non importa con quali conseguenze, ma dare agli altri la colpa dei nostri fallimenti, rimane la via più facile.
Io, nel frattempo, auguro sia a Andreas Georgiou che a tutta la Grecia un futuro un po’ più sereno.